Pensioni, non tornano i conti del governo

04/11/2003

  Economia




04.11.2003
Pensioni, non tornano i conti del governo

di 
Laura Matteucci


 La controriforma Maroni-Tremonti in tema di pensioni va in pezzi. Non è funzionale nemmeno all’unico obiettivo del governo, quello di racimolare la maggiore quantità di soldi possibile. Non risulta appetibile, infatti, il sistema di incentivi previsti per quei circa 100mila dipendenti privati che, pur potendo andare in pensione, saranno comunque propensi a restare in attività.

Lo spiega, nella sua relazione tecnica, la Ragioneria dello Stato che stima così i risparmi che deriverebbero dalla riforma: nel primo anno di applicazione, e cioè nel 2004, si avrebbe una compensazione tra minori entrate e risparmi per 79 milioni di euro, e quindi l’effetto degli incentivi sarebbe neutro. Nel 2005, invece, i risparmi ammonterebbero a 76 milioni, nel 2006 a 77 e nel 2007 a 78 «per lo stratificarsi delle generazioni di soggetti che rinviano il pensionamento». Un calcolo che annienta la riforma sul nascere. «Oggi possiamo dire che la riforma presentata dal governo non esiste più», dice infatti il capogruppo dei Ds al Senato Gavino Angius, rilevando che «dalla relazione tecnica si scopre che i presupposti contabili e di risparmio di quella riforma non ci sono».

La proiezione, spiegano i tecnici della Ragioneria, tiene conto di una platea di complessivi 120-125 mila lavoratori che dal 2004 al 2007 accederebbe alla pensione di anzianità. Di questi, 100mila sarebbero in attività con requisiti di età e di anzianità superiori a quelli minimi per l’accesso alla pensione ma soltanto il 20% di costoro, e cioè 20mila, accederebbe al sistema di incentivi. Questa tipologia di lavoratori, infatti, potrebbe «essere maggiormente attratta sia dal conseguimento del diritto alla cumulabilità tra pensione e reddito da lavoro consentita con la maturazione dei requisiti congiunti di 58 anni di età e di 37 anni di contributi, sia dalla maturazione dei diritti pensionistici».Dei circa 20mila lavoratori che annualmente raggiungono i requisiti minimi per accedere alla pensione, aderirebbe invece al sistema degli incentivi proposti dal governo il 40-50% (circa 9mila). E non basta. I tecnici sostengono che i risparmi sarebbero minori rispetto alle previsioni anche in presenza di una maggiore adesione dei lavoratori.

Come già anticipato, la Relazione conferma inoltre che nel periodo tra il 2012 e il 2030 i risparmi prodotti sarebbero nell’ordine dello 0,6-0,7% del Pil e non di un punto percentuale come stimato dal governo.La riforma, anche per questi motivi, non smette di suscitare polemiche anche all’interno della stessa maggioranza, con la lite che si è scatenata tra il ministro al Welfare Maroni, e quello alle Politiche agricole Alemanno, che ha chiesto una verifica politica, negata dal titolare del Welfare.

Il responsabile economico della Cgil, Beniamino Lapadula, ricorda che l’eventuale cambio alla guida del Welfare «non sarebbe un danno». «Ha condotto la vicenda in modo assurdo, pensando di risolvere tutto con le divisioni sindacali, negando per mesi la necessità di una riforma ed ora difendendone a spada tratta una del tutto assurda».
E sono pesanti anche le critiche che provengono dalle altre confederazioni sindacali: «È ridicolo che si possano fare i conti, da qui al 2008, senza considerare lo sviluppo del paese», commenta il numero due della Uil, Adriano Musi, secondo il quale il paese «è governato da ragionieri e più che da politici come Raffarin e Schroeder che hanno avuto il coraggio di sfidare l’Europa sullo sviluppo». Mentre il segretario confederale della Cisl, Pierpaolo Baretta osserva che «la contraddittorietà e l’incertezza sui dati è la dimostrazione della fragilità dell’impianto di riforma proposto dal governo».

Secondo il sindacalista «sarebbe utile che anche il confronto sui numeri fosse fatto con il sindacato a partire dalla stessa composizione della spesa previdenziale e dagli obiettivi di rientro che non sono mai stati discussi con noi, ma si dimostrano addirittura inattendibili». Baretta insiste sottolineando che «è inutile che il governo chieda al sindacato di fare proposte senza offrire di fatto nessuna sede per poter poi discutere nel merito». «Tutto ciò – conclude – dimostra che c’è bisogno di tempo, che la fretta fa fare conti sbagliati e che la discussione va reimpostata del tutto».