Pensioni: Non si scherza con l’età delle donne

11/07/2007
    mercoledì 11 luglio 2007

    Pagina 2 – Economia

    LA VERTENZA PENSIONI
    LA POLEMICA

      Non si scherza con l’età delle donne

        Epifani: non firmerò mai l’equiparazione con gli uomini. Damiano: il governo non l’ha proposto

          di Felicia Masocco/ Roma

            IL SASSO – Sulla pensione delle donne è polemica nella polemica infinita sullo scalone. Il partito di chi vorrebbe alzare la soglia dell’età di «vecchiaia» oltre i 60 anni e portarla a 65 come per gli uomini, è trasversale. Trova fautori tra i liberisti e i moderati dei due schieramenti, e contrari da entrambi le parti, soprattutto a sinistra e i sindacati al massimo immaginano incentivi per farle restare al lavoro. «Se si farà non ci sarà la mia firma», ha tagliato corto Guglielmo Epifani, «è sbagliato equiparare l’età pensionabile di donne e uomini, non si posso mettere condizioni uguali tra parti disuguali». La posizione è condivisa da Cisl e Uil, mentre il governo dovrà fare i conti con le divisioni alla proprio interno. La prima a lanciare il sasso dell’aumento dell’età è stata la ministro Emma Bonino, poi c’è stato il senatore dell’Ulivo Lamberto Dini, poi il leader della Margherita e vicepremier Francesco Rutelli. Infine il Tesoro che con uno dei tanti «piani tecnici» spinge per superare «l’anomalia» rosa portando a 61 anni la soglia nel 2012 e a 62 nel 2014. Se la misura andasse in porto ci sarebbero i soldi per superare lo scalone. Ieri però il ministro del Lavoro ha tirato il freno. «È un’ipotesi che sin qui non abbiamo mai perso in considerazione», ha precisato. Ma intanto il falò si è acceso e fa scintille.

            Gli argomenti dei sostenitori tratteggiano una scelta «in linea con l’Europa», quelli di chi si oppone pescano nelle caratteristiche del mercato del lavoro che in fatto di donne proprio europeo non è. L’Italia ha un tasso di occupazione femminile di gran lunga inferiore alla media dell’Unione, soprattutto tra le donne tra i 20 e i 49 anni con figli minorenni: sono in pratica costrette a scegliere tra lavoro e famiglia, senza contare che il 25% delle occupate è a termine e ben il 50% della forza lavoro femminile è rubricata sotto la voce «inattivo» che nella definizione Istat significa che cercano un lavoro sia pure non attivamente o che non lo cercano ma sarebbero disposte a lavorare. Si aggiunga che nell’anomalia italiana delle retribuzioni c’è «l’anomalia» rosa delle paghe delle donne che nel 2004 erano inferiore di quelle degli uomini del 7%. A parte l’iniquità, sono tutti contributi che vengono a mancare alle casse previdenziali. Non a caso la ministro diessina Barbara Pollastrini nel definire «ingiusta» una parificazione immediata suggerisce un programma per l’inclusione al lavoro delle donne. E per questa via recuperare risorse. E se si buttasse un occhio al Welfare, come chiede la ministro Rosy Bindi sarebbe più facile conciliare i tempi della famiglia e del lavoro.

            Quando il segretario della Cgil parla di «condizioni diseguali», parla di questo e trova la proposta «una cattiveria inutile». Le donne, spiega Epifani, vanno in pensione di vecchiaia con una media di 23 anni di contributi e alla fine prendono il 15% in meno degli uomini. Anche la Cisl con il segretario generale aggiunto Pier Paolo Baretta parla di un mercato del lavoro penalizzante. «Le donne possono rimanere – è la conclusione del leader di via Po, Raffaele Bonanni – se godranno di incentivi e coperture per i periodi in cui non possono lavorare».