Pensioni, no dei sindacati

05/07/2007
    giovedì 5 luglio 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

      Pensioni, no dei sindacati

      Epifani: «ora il premier risponda sulla nostra proposta riguardante i 58 anni e il bonus»

        STEFANO LEPRI

        ROMA

        L’accordo sulle pensioni «è interamente possibile entro l’estate» dice il ministro dell’eEonomia Tommaso Padoa-Schioppa; però «non c’è nessuna bozza damiano, lavoriamo insieme». Anche il ministro del Lavoro Cesare Damiano crede a un accordo entro l’estate, per l’assai differente motivo che sulla sua ipotesi i sindacati stanno convergendo. Un’intesa nella maggioranza resta difficile da immaginare. In attesa di vederci più chiaro ieri cgil, cisl e uil hanno bloccato l’intesa sugli aumenti alle pensioni minime; se ne riparlerà venerdì.

        I pensionati a cui destinare gli aumenti saranno grosso modo quelli che ricevono meno di 600 euro al mese. Nella proposta del governo si contemplano quattro categorie: 1) ultrasettantenni con pensioni basse derivanti da contributi; 2) ultrasessantacinquenni con pensioni previdenziali che non dispongono di altri redditi, secondo criteri differenti tra dipendenti e autonomi; 3) pensionati contributivi con altri redditi non oltre un certo limite; 4) pensionati sociali senza altri redditi. Il decreto-legge è già in Parlamento ma è privo dei dettagli.

        La torta da ripartire è di 0,9 miliardi di euro per l’una tantum del prossimo autunno e 1,5 per gli aumenti mensili a regime degli anni successivi. Più si allarga la platea dei beneficiari, meno toccherà a testa. Si era partiti da 2,6 milioni di pensionati, che in autunno avrebbero ricevuto quasi 350 euro a testa; ora l’ipotesi più estesa è 3,8 milioni, con una media a testa che scenderebbe verso i 235. Cgil, Cisl e Uil smentiscono di voler tenere fuori commercianti e artigiani; fonti governative confermano che è quello uno dei problemi.

          Sull’insieme della previdenza «l’accordo è abbastanza vicino» dice il leader della Cisl Raffaele Bonanni, e chiede ai politici di «fare un passo indietro» senza tentare di condizionare i sindacati. La Cgil, accettando il rischio di dissensi al suo interno, converge sui 58 anni minimi per la pensione di anzianità (al posto dello scatto da 57 a 60 fissato per l’anno prossimo dalla legge Maroni) con incentivi a chi resta; proposta che è partita dai sindacati, ricorda il segretario generale Guglielmo Epifani, ma è «sostanzialmente condivisa dal ministro Damiano», e su cui «ora deve esprimersi il presidente del consiglio».

          Esista ancora o no, l’ipotesi Damiano non è in grado di unire la maggioranza di centro-sinistra. In polemica con l’intervista a la Stampa del segretario di Rifondazione comunista Franco Giordano, i giovani del futuro partito democratico scrivono che «non adeguare l’età di pensionamento dei lavoratori che hanno 57 anni e non svolgono lavori usuranti è ingiusto» perché porta a «far gravare sulla nostra generazione un debito crescente». Ad esempio «un pubblico dipendente che va in pensione a 58 anni dopo 35 anni di anzianità avrà coperto con i contributi versati durante gli anni di lavoro poco più di 14 anni di pensione» mentre la sua aspettativa di vita è di 25-30 anni.

            E per finanziare la proposta Damiano non basterebbero i risparmi derivanti dalla fusione degli enti previdenziali. «costerebbe 7 mila esuberi», dice il ministro Santagata, e darebbe soltanto 2,7 miliardi di euro di risparmi in 10 anni. Padoa-Schioppa ha ripetuto ieri che i timori della Commissione europea sulla spesa previdenziale li condivide; e un altro paradosso è che, proprio quando per lui si apre la via (con l’assenso degli Usa) alla prestigiosa presidenza del Comitato monetario e finanziario, l’organo di indirizzo del Fmi, alcuni esponenti del suo stesso governo, come il sottosegretario all’economia paolo cento, dichiarano che se il Fmi critica l’italia «vuol dire che siamo sulla strada giusta».

            Dall’opposizione il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa vede «una tela di Penelope» continuamente ritessuta e disfatta; l’ex ministro Roberto Maroni, autore della legge a effetto ritardato che dal 2008 porterà l’età minima di pensione a 60 anni, vede «il governo in un vicolo cieco». Quella legge, secondo i dati ricordati dall’esperto di previdenza Giuliano Cazzola, in concreto comporta uno slittamento della pensione di 4 anni per 25.000 lavoratori dipendenti giunti al trentacinquestimo anno di contribuzione, di tre anni per altri 12.500, di due anni per 25.000, di un anno per 24.000.