Pensioni: nel 2030 gli assegni dei lavoratori saranno ridotti alla metà

06/04/2004

ItaliaOggi (Focus)
Numero
082, pag. 4 del 6/4/2004
di Giovanni Lombardo

I dati della Ragioneria generale dello stato indicano la necessità di ricorrere a fondi integrativi.
Pensioni, tutti gli autonomi a secco

Nel 2030 gli assegni dei lavoratori saranno ridotti alla metà

In pensione con pochi spiccioli in tasca. Già nel 2030 la previdenza pubblica non coprirà nemmeno il 50% dell’ultimo stipendio dei lavoratori. I più colpiti saranno i lavoratori autonomi che passeranno dal 64% attuale a un misero 30% del reddito individuale. Il rapporto tra pensione e retribuzione (tasso di sostituzione) dei dipendenti pubblici e privati scenderà rispettivamente da 68,6 e 67,3% a 49,6%. E il quadro si fa ancora più nero negli anni successivi.

I dati forniti dalla Ragioneria generale dello stato, dall’Inpdap e dalla Covip parlano chiaro: se non si ricorrerà alla previdenza integrativa l’Italia è destinata a diventare un paese di pensionati affamati.

Le previsioni

In base all’elaborazione contenuta nella nota ´Per una Maastricht delle pensioni’, presentata durante il semestre di presidenza italiano dell’Ue, già tra una ventina d’anni i tassi di sostituzione garantiti dalla previdenza pubblica scenderanno al di sotto del 50% (si veda la tabella a fianco in cui si considera un individuo che vada in pensione a 60 anni con 35 anni di contributi).

Per la previdenza privata è stata ipotizzata un’aliquota di contribuzione pari al 9,25% della retribuzione, equivalente, per i lavoratori dipendenti (e in linea con quanto previsto dalla riforma delle pensioni, attualmente all’esame parlamentare) alla devoluzione dell’intero tfr (Trattamento di fine rapporto) e di contributi aggiuntivi pari al 2,34%, ugualmente suddivisi fra datore di lavoro e lavoratore. È stato considerato, inoltre, un tasso di rendimento reale dei fondi pensione del 2,5%, al netto delle spese amministrative e gestionali.

Anche con queste ipotesi, il tasso di sostituzione totale per i lavoratori autonomi nel 2050 risulterà solo del 45,93% mentre per i dipendenti raggiungerà la quota del 64,83%.

Previdenza privata e tfr

Il ricorso alla previdenza integrativa, dunque, rappresenta una opzione imprescindibile per garantirsi una vecchiaia dignitosa. Sul punto sono d’accordo un po’ tutti, a partire dai sindacati.

´Questi dati vanno presi con una certa cautela’, tiene a precisare Beniamino Lapadula della Cgil, ´ma per i lavoratori autonomi un trend così negativo appare molto probabile, ed è dovuto solo in parte alla minore contribuzione. Per loro la soluzione più immediata è quella di pensare fin da subito a fonti di reddito futuro alternative, legate ai risparmi accumulati durante la vita lavorativa. Per i dipendenti pubblici e privati’, prosegue Lapadula, ´un calo così evidente dei tassi di sostituzione si verificherà soltanto se non si provvederà a frenare la spinta al lavoro precario’. Sul trasferimento del tfr ai fondi pensione, la Cgil chiede trasparenza. ´Siamo favorevoli al silenzio assenso, purché i lavoratori siano adeguatamente informati’.

Sulla stessa linea anche la Uil. ´La diminuzione dei tassi di sostituzione della previdenza pubblica è un dato certo, anche se è difficile stabilirne la reale entità’, commenta Adriano Musi, ´Bisogna quindi incentivare la previdenza complementare in primo luogo con l’esenzione fiscale delle rendite previdenziali dovute alla devoluzione del tfr ai fondi pensione’.

In tal senso sarà presentato in aula alla camera un emendamento alla riforma delle pensioni messo a punto dall’ex ministro del tesoro, Paolo Cirino Pomicino, per conto di Alleanza popolare-Udeur. La proposta prevede l’esenzione fiscale del rendimento del trattamento di fine rapporto conferito alle forme pensionistiche complementari.

´È quello che avviene negli altri paesi europei’, precisa Cirino Pomicino, ´e poi il tfr, che attualmente ammonta a circa 13 miliardi di euro in Italia, rappresenta un costo per le imprese e quindi non rientra nella base imponibile. Non si capisce perché, se trasferito nei fondi pensione, dovrebbe essere trattato fiscalmente’. Ma il vero elemento determinante per il decollo della previdenza complementare è rappresentato dal minimo garantito. ´Garantire la restituzione del capitale conferito dai lavoratori, con un tasso minimo di rendimento certo, rappresenta la strada maestra per spingere i lavoratori a trasferire la quota di tfr ai fondi’, spiega Cirino Pomicino. ´Noi proporremo il 3% garantito più una quota variabile a seconda della tipologia di investimento prescelto; questa soluzione garantirebbe anche la concorrenzialità tra i diversi fondi pensioni’.

i fondi pensione

Secondo i dati illustrati venerdì scorso al parlamento dal presidente della Covip, Lucio Francario, il 2003 si è chiuso con rendimenti del 5-5,7% in tutti i comparti (superiori di due punti al rendimento del trattamento di fine rapporto fermo al 3,2%). Aumentano anche gli iscritti: sono oltre 1,4 milioni, il 3,5% in più rispetto al 2002, quelli che aderiscono ai fondi di nuova istituzione (in proposito si veda ItaliaOggi di sabato 3 aprile). Se si considerano anche coloro che hanno stipulato polizze individuali o hanno aderito ai fondi preesistenti, il totale degli italiani che ha un fondo di previdenza complementare supera i 2,6 milioni. Con un aumento di oltre il 31% sul 2002, quando erano appena 1,9 milioni (37,5 miliardi di euro le risorse destinate alle prestazioni). Anche l’attivo netto dei fondi mette a segno un incremento del 40% rispetto al 2002, con 6,27 miliardi di euro. (riproduzione riservata)