Pensioni, Maroni sfida i lavoratori

29/04/2003

              martedì 29 aprile 2003
              I fondi chiusi hanno perso lo scorso anno in media il 3,4% e quelli aperti sono calati dell’11%
              Al prossimo incontro del 6 maggio si attendono
              «quattro sì» alle proposte di modifica della delega

              Pensioni, Maroni sfida i lavoratori
              Il ministro: non tollero ultimatum. I sindacati: ci dia le risposte che chiediamo

              Raul Wittenberg
              ROMA I sindacati confederali confermano la loro posizione unitaria sulle pensioni, chiedendo al ministro del Welfare Roberto Maroni che all’incontro del prossimo martedì 6 maggio si apra alle proposte di modifica del disegno di legge delegata sulla previdenza.
              E lo faccia accettandole con «quattro sì»: tagliare i contributi Inps
              dal lato degli oneri impropri (fiscalizzandoli) e non sull’aliquota che finanzia le pensioni; non obbligare tutti i lavoratori a trasferire la liquidazione (Tfr) nei Fondi pensione, passare invece al principio della volontarietà; rinunciare alla totale parificazione tra Fondi complementari negoziali e Fondi aperti promossi dalle istituzioni finanziarie; adottare soltanto i principi della riforma Dini del 1995 nel redigere il Testo unico della previdenza. Se su questi punti ci sarà chiusura, i sindacati si riservano di avviare le opportune iniziative di mobilitazione, non escluso lo sciopero generale già minacciato
              la settimana scorsa.
              Il ministro anche questa volta non si è sottratto alla polemica avvertendo di non accettare ultimatum. Aggiungendo però di voler ascoltare le proposte sindacali, definite alcune «interessanti» e oggetto di valutazione da parte del ministero: «Chiedo al sindacato di tenere l’atteggiamento che ha avuto nell’incontro del 17 aprile e di fare delle proposte, senza porre ultimatum o grida manzoniane».
              Sullo sfondo è rimasto l’annuncio mediatico del Presidente del Consiglio, che aveva promesso per il semestre italiano di presidenza della Unione Europea una «Maastricht della previdenza». Il Cavaliere di Arcore era stato avvertito che la Commissione Ue ha preparato una Relazione sulle pensioni in Europa, ed ha voluto approfittarne
              per lanciare l’ennesimo spot a beneficio del Centro Destra.
              Però è stato bloccato non solo dai sindacati («in Italia una riforma drastica delle pensioni è stata già fatta») ma dallo stesso suo ministro Maroni: «È materia di competenza nazionale e non comunitaria».
              Si sono visti ieri mattina la segretaria confederale della Cgil, Morena
              Piccinini, il segretario confederale della Cisl, Pierpaolo Baretta e il segretario generale aggiunto della Uil, Adriano Musi, in vista dell’incontro con Maroni che avverrà proprio dopo le manifestazioni del Primo Maggio. «Abbiamo fatto il punto della situazione»,
              ha detto Baretta, confermando che i sindacati «sono uniti sul percorso da attuare», e nell’attendersi – ha aggiunto Musi – «dal governo una risposta chiara, netta e inequivocabile sulla volontà di confrontarsi con noi sulla delega previdenziale». «Bisogna sgombrare il campo dalla decontribuzione – ha ribadito Musi – che avrebbe un effetto devastante e minerebbe alla base la riforma del sistema previdenziale pubblico fatta nel ’95. Bisogna invece aprire un confronto serio sul problema della riduzione del costo del lavoro, e noi proponiamo di agire sul fronte della fiscalizzazione di alcuni oneri sociali e assistenziali che
              impropriamente gravano sulla busta paga».
              E per quel che riguarda il conferimento del Tfr ai fondi pensione, ha
              spiegato Piccinini, «l’obbligatorietà è incostituzionale, perchè si tratta di salario differito che oggi ha un rendimento garantito, mentre con la delega, così com’è, si esporrebbe al rischio dei mercati finanziari. Dunque, non si può toccare senza che ci sia la disponibilità
              del lavoratore». Per questo sindacati propongono di adottare la formula del silenzio-assenso che però, finora, ha lasciato titubante il ministro Maroni. Se tutte queste richieste non verranno accolte, i sindacati sono pronti alla mobilitazione. «È chiaro – ha detto Musi – che lo sciopero è sempre l’ ultima ratio di un percorso di lotta. Certo è che se Maroni ci risponderà con quarto no… Ma la nostra scommessa – ha aggiunto – è per i quattro sì». Ogni eventuale iniziativa di mobilitazione e di lotta verrà decisa dopo il 6 maggio.
              Del resto sulla questione Tfr per il governo la strada è davvero in salita. Secondo l’ultimo monitoraggio della Covip che vigila sulla previdenza complementare, nel 2002 i fondi pensione hanno registrato perdite medie del 3,5% per i fondi chiusi e dell’11% per i fondi aperti. All’opposto, il Tfr gode di una rivalutazione del 3,5% che suona
              come un segnale propizio in attesa della riforma prevista dalla legge delega, in discussione al Parlamento. Vero è che i redimenti dei Fondi pensione si valutano nell’arco di decenni, ma l’obbligo di vincolare un fonte di reddito minima ma sicura è difficilmente digeribile da chiunque.