Pensioni, Maroni rompe il confronto

08/01/2004


  Economia




08.01.2004
Pensioni, Maroni rompe il confronto

di 
Raul Wittenberg


 Il ministro del Welfare Roberto Maroni rompe la trattativa sulle pensioni prima ancora che cominci, a conclusione dell’incontro di mercoledì che già si annunciava come preliminare per approfondimenti tecnici, e che è ufficialmente aggiornato a giovedì per ragionare di proiezioni sulla spesa previdenziale nei prossimi decenni. «Sabato 10 a Palazzo Chigi tireremo le somme e si chiuderà il confronto sulla riforma previdenziale chiesto da Cgil, Cisl e Uil – ha detto il ministro – dopo di che il governo decide, senza riaprire una trattativa». Per Maroni un negoziato sulla previdenza non è opportuno perché sulla base del disegno di legge del governo un accordo non è prevedibile, e quindi l’Esecutivo procederà a prescindere dal consenso delle forze sociali. Il sindacato, mentre Baretta della Cisl definiva «sbagliata» la sortita di Maroni, attraverso il vicesegretario della Uil Adriano Musi, gli ha ribattuto che in caso di irrigidimento la risposta sarà pesante: «Se quelle di Maroni saranno le conclusioni cui arriverà il governo, allora il governo avrà una risposta adeguata da parte del sindacato», non escluso lo sciopero generale, visto che «dopo il 10 gennaio finisce la tregua – afferma Musi – e quindi inevitabilmente riprenderà la nostra mobilitazione».
A questo punto si riapre il conflitto sociale sulla previdenza, mentre il confronto delle posizioni proseguirà in Parlamento, dove la settimana prossima dovrebbe riprendere la discussione sul disegno di legge delega e l’emendamento sulle pensioni di anzianità che lo integra. I sindacati si faranno sentire nei gruppi parlamentari, considerando che da lì a qualche mese i diversi partiti della maggioranza dovranno presentarsi agli elettori e spiegare che cosa stanno facendo sulle pensioni. Per questo sarà difficile far digerire loro un voto di fiducia, che peraltro secondo il governo non sarebbe più in programma.
Se da una parte Maroni dichiara guerra al sindacato sulla controriforma previdenziale, dall’altra cerca di depotenziare la mina del milione di lire al mese per le basse pensioni, annunciando una sanatoria sugli indebiti pregressi, tanto più che si tratterebbe soltanto di 3.000 casi, per cui «a nessuno si chiederà la restituzione di somme». Però i Ds con una interrogazione parlamentare urgente vogliono «immediati chiarimenti sul provvedimento che secondo il presidente del Comitato di indirizzo e vigilanza dell’Inps chiamerà 65mila pensionati italiani a restituire all’istituto le somme percepite con l’adeguamento delle minime a 516 al mese (diventati 535,95 a partire dal primo gennaio 2004)»Tornando alla legge delega, ieri al ministero del Welfare si è posto il problema di quanto le prestazioni assistenziali dell’Inps – che dovrebbero essere a carico della collettività – pesano sui conti della previdenza. La famosa separazione tra assistenza e previdenza. Maroni ha detto che già il 30% del bilancio Inps è coperto dallo Stato, e questa sarebbe l’assistenza. I sindacati invece, avverte Musi, vogliono che i 516 euro al mese per le basse pensioni non siano caricati sulla spesa previdenziale, come pure l’erogazione del Tfr che è salario differito, le tasse che lo Stato incamera dalle pensioni, i prepensionamenti che in Germania si chiamano indennità di disoccupazione. Morena Piccinini della Cgil ricorda l’esempio del contributo di solidarietà del 3% sulle pensioni d’oro, utilizzato una misura squisitamente assistenziale come il reddito di ultima istanza. Depurati dell’assistenza, spiega Piccinini, i conti pensionistici sono meglio in grado di sostenere l’urto delle crisi demografiche.
Già, i conti. I numeri che secondo Maroni sono già nella scheda tecnica allegata alla delega. Invece oggi dovrebbero esserci quelli della Ragioneria dello Stato, in particolare le proiezioni di spesa negli anni della di maggior squilibrio (la «gobba», intorno al 4% del Pil). Secondo il viceministro dell’Economia Mario Baldassarri eventuali interventi sul picco di spesa previsto, ad esempio una riduzione dello 0,75% del Pil, non dovrebbe avvenire a danno della spesa sociale, vista la richiesta di ammortizzatori sociali da parte delle imprese.