Pensioni, Maroni apre sui disincentivi

20/12/2002

            Venerdí 20 Dicembre 2002



            CONTI PUBBLICI


            Pensioni, Maroni apre sui disincentivi

            Il ministro: spetta al Parlamento decidere – «No a interventi violenti sulle anzianità» – A gennaio la trattativa

            MARCO ROGARI


            ROMA – Il Governo punta a rafforzare la delega previdenziale per favorire ulteriormente l’innalzamento dell’età pensionabile. Ad "ufficializzarlo" è il ministro Roberto Maroni. Che «apre» sul ricorso ai disincentivi per frenare i pensionamenti in "giovane" età ribadendo però il «no a interventi coattivi» sulle "anzianità": «Lascio la parola al Parlamento». E annuncia che il già previsto dispositivo degli incentivi per agevolare la permanenza al lavoro sarà corretto: «Il meccanismo degli incentivi individuato un anno fa appare insufficiente e va migliorato intervenendo sulla novazione. Si deve dare la possibilità di rimanere automaticamente al lavoro». In altre parole, l’intenzione del ministero del Welfare è di togliere dalla delega la misura che prevede il consenso obbligatorio del datore di lavoro per la permanenza in azienda del lavoratore. Modifiche "strutturali", dunque. Che per questo motivo dovranno essere discusse con le parti sociali. Non a caso Maroni fissa un nuovo round a gennaio. Il ministro annuncia anche che il Governo è pronto a gestire una "soluzione ponte" «per un massimo di sei mesi» sul reddito minimo di inserimento (l’assegno attribuito a fasce di soggetti al di sotto della soglia di povertà) la cui sperimentazione scade il 31 dicembre. Ma chiede ai Comuni una compartecipazione finanziaria di almeno il 50% contro l’attuale 5 per cento.
            La partita sui disincentivi. Alla fine, dunque, Maroni ha assunto una posizione più morbida sull’eventuale ricorso ai disincentivi per rendere più strutturale la delega previdenziale, che è da un anno all’esame della Camera. «La riforma è quella prevista dalla delega varata dal Governo, costituita da tre pilastri: aumento dell’età pensionabile, riduzione del costo del lavoro, decollo della previdenza complementare», afferma il ministro. Che però aggiunge: «L’unico spazio di dibattito è quello di vedere se sarà possibile inserire anche un meccanismo di disincentivi per l’innalzamento dell’età pensionabile. Ma a decidere sarà il Parlamento». In sostanza, se la Camera opterà per questa soluzione Maroni non si opporrà, a meno che l’intervento non riguardi direttamente le "anzianità": «Ogni intervento coattivo e violento sulle pensioni di anzianità, come blocchi o chiusura di finestre è fuori discussione» ribadisce il ministro. A questo punto l’introduzione dei disincentivi ha molte "chance" visto che nella maggioranza, i centristi, ma anche An e Fi, appaiono favorevoli. La Camera, del resto, ha rinviato a gennaio il voto sulla delega proprio in attesa di nuove indicazioni dal Governo. Ma la vera partita si giocherà con le parti sociali. Ieri il leader della Cisl, Savino Pezzotta, ha detto che è «inutile» discutere sulle "anzianità" che stanno andando ad esaurimento: «Bisogna fare invece una battaglia sulla previdenza integrativa, utilizzando anche il Tfr, che non è di proprietà di Confindustria». Occorrerà dunque attendere il nuovo round fissato da Maroni a inizio gennaio. Senza considerare che restano da sciogliere altri due nodi: la decontribuzione sui neo-assunti, non gradita ai sindacati ma «certa» per Maroni; il nuovo meccanismo di incentivi.
            I nuovi incentivi. Maroni è stato chiaro: l’innalzamento dell’età pensionabile sarà «una libera decisione del lavoratore con un sistema premiale di incentivi che va migliorato rispetto a quello previsto dalla delega». Il Welfare ha già pronta la soluzione: far scomparire dalla delega la misura che prevede il consenso obbligatorio del datore di lavoro.
            Il «reddito minimo». L’8 gennaio Maroni incontrerà nuovamente i 39 Comuni interessati dalla fase di sperimentazione del reddito minimo d’inserimento, che si dovrebbe esaurire alla fine di quest’anno. Nel corso dell’incontro il ministro punta a individuare «una soluzione ponte per un massimo di sei mesi» che dovrà prevedere una compartecipazione finanziaria molto più cospicua di quella attuale (dal 5% al 50%). A regime Maroni vorrebbe poi «dividere in due l’istituto» garantendo a chi sta sotto la soglia di povertà un reddito minimo «di ultima istanza» e convogliando «la sezione volta all’inserimento con gli strumenti di politiche attive del lavoro e non più con la fiscalità generale». Per la ds Livia Turco e per la Margherita la "soluzione ponte" è inadeguata.