“Pensioni” L’Unione stringe i tempi

02/01/2007
    martedì 2 gennaio 2007

    Pagina 12 – Politica

    RIFORMISTI E SINISTRA RADICALE HANNO ANCORA POSIZIONI DISTANTI

      Pensioni, l’Unione stringe i tempi

        ALESSANDRO BARBERA

          ROMA
          Di tutte le possibili formule sceglie la più morbida: «Desidero tranquillizzare i lavoratori che stanno per andare in pensione e quelli che restano ancora in servizio. Nella riforma che faremo non ci sarà alcun aspetto punitivo». Romano Prodi e il nodo previdenza atto secondo. Durante la conferenza stampa di fine anno il premier aveva garantito che la promessa riforma delle pensioni non avrebbe previsto «disincentivi». Ieri si è mostrato solo un po’ più prudente. Tenta di allontanare da sé un argomento deflagrante e immagina – come chiede il presidente Napolitano – di discutere della questione anche con l’opposizione: «La riforma è da fare ma non è urgente, va fatta con il dialogo con le forze politiche e sociali a tutto campo».

            Passata la buriana sulla Finanziaria il nuovo anno porta con sé la prossima, complicata sfida del governo Prodi: mettere d’accordo riformisti (Rutelli l’altro giorno su «La Stampa» ha sottolineato l’importanza del completamento della riforma) e sinistra radicale su una riforma che i primi vorrebbero per mettere definitivamente in linea la spesa previdenziale (aumentando l’età minima), i secondi solo per scongiurare lo «scalone» previsto dalla riforma Maroni. Vale a dire il meccanismo che il primo gennaio 2008 farebbe salire l’età minima da 57 a 60 anni e che vale almeno quattro miliardi di euro di risparmi all’anno. Per ora l’unica via d’uscita – quella che Prodi sembra abbozzare – è un ammorbidimento dello scalone con l’aumento graduale dell’età pensionabile e soli incentivi per chi decidesse di restare al lavoro. Il primo gennaio 2008 l’uscita potrebbe essere concessa a chi compie 58 anni (ed ha 35 anni di contributi), il primo gennaio 2009 andrebbe in pensione chi ne ha compiuti 59 e così via. Resta l’incognita sulla soglia minima da raggiungere a regime. La sinistra radicale non vuole salire sopra «quota 60», mentre i tecnici previdenziali considerano essenziale un innalzamento ad almeno 62 anni per gli uomini. «Non c’è bisogno di una riforma radicale ma di «semplice manutenzione», dice il ministro del Lavoro Cesare Damiano. Il ministro non immagina una riforma che – almeno nel breve periodo – produca risparmi, anzi. E’ preoccupato per le risorse necessarie ad ammorbidire lo «scalone: «Se si confermerà la tendenza all’aumento delle entrate grazie alla lotta all’evasione, e se le risorse saranno strutturali, una parte servirà per questo». Damiano ha la stessa lista di priorità ricordata dal leader Cisl Bonanni: «Individuazione dei lavori usuranti, rivalutazione delle pensioni in essere e riforma degli ammortizzatori sociali». Il sottosegretario all’Economia Grandi aggiunge alla lista la «totalizzazione dei contributi». Dare cioè la possibilità di sommare le contribuzioni per chi è stato iscritto a sistemi diversi. Le divisioni nella maggioranza restano intatte: se il leader dei Verdi Pecoraro Scanio plaude, il radicale Daniele Capezzone si lamenta. «Vedo un’atmosfera rinunciataria che finisce per subire i veti dell’estrema sinistra. Serve coraggio» Più che le conseguenze sulle decisioni finali il rischio è che il dibattito nel centro-sinistra alimenti la corsa alla pensione iniziata la scorsa estate. Da oggi si apre la prima delle quattro «finestre» del 2007. Possono chiedere l’uscita dal lavoro tutti i dipendenti che abbiano raggiunto 57 anni e 35 di contributi oppure qualsiasi età e 39 anni di contributi. Gli autonomi devono avere 58 anni e 35 di contributi o qualsiasi età e 40 anni di contributi.