Pensioni: l’ora più difficile della Cgil

13/07/2007
    venerdì 13 luglio 2007

    Pagina 4POLITICA & SOCIETÀ

      Un pessimo accordo alle porte
      L’ora più difficile della Cgil

        Tommaso De Berlanga

        Il momento più difficile della storia della Cgil. La segreteria di Epifani si trova a dover decidere su una proposta governativa di revisione dello «scalone» che sarà probabilmente anche peggiore di quella respinta nella notte di 15 giorni fa. Molti segnali, provenienti dall’ala «democratica» della maggioranza, spingono in questo senso. La sortita di Veltroni a Unioncamere («L’Italia ha bisogno di crescere, che le imprese vengano accompagnate in questo, di creare condizioni e meccanismi di decisione più semplici e più amici di chi lavora per diffondere ricchezza») è considerata da alcuni «terribile» per il futuro di un sindacato indipendente.

        Il terremoto politico in atto, il precipitare della maggioranza nel gorgo «neocentrista» può avere effetti tremendi su un sindacato attraversato da questo smottamento (si moltiplicano gli appelli di dirigenti Cgil «per il partito democratico») e al tempo stesso assente sul piano sociale da quasi un anno. Non c’è discussione pubblica, che coinvolga gli iscritti su cosa questo «terremoto» comporti, sullo stato stesso della vertenza. Nel frattempo singole categorie (vedi i chimici) firmano contratti che scavano una fossa sotto i piedi di quelli appena aperti (metalmeccanici, alimentaristi).

        La trattativa sulle pensioni (ma anche su mercato del lavoro e straordinari) procede da tempo sul solo binario degli incontri con il governo. Senza mobilitazione o coinvolgimento dei lavoratori che poi – l’eventuale accordo – dovranno subire. Più debole il sindacato come soggetto di trattativa, inermi i «rappresentati» costretti nella posizione del telespettatore su temi che investono la propria vita. La tranquillità di Confindustria potrebbe funzionare da cartina al tornasole: le rassicurazioni ricevute debbono esser state davvero potenti.

        Nell’ultimo direttivo della Cgil si stava quasi per votare sull’ipotesi di sostituire lo scalone con l’uscita a 58 anni, più incentivi a rimanere (per tre anni; poi verifica sui conti ed eventuale – scontato – «scalone» automatico a 60 anni). Ora il «punto di caduta» sembra ancora peggiore: si parla quasi apertamente di «scalini e incentivi» (prima a 58, poi a 59 anni), per arrivare infine a un sistema di «quote» (96, sommando età e anzianità contributiva). Non si capisce neppure se e quanti lavoratori «usuranti» verrebbero esentati. Pare che sui turnisti ci sia una disponibilità a salvaguardare solo quelli che hanno anche il turno di notte, con buona pace degli altri. E questa sarebbe l’ultima «trincea».

        Incertezza anche sui 40 anni: bastano per andare in pensione alla scadenza oppure si finisce per cadere nella «finestra unica» che rinvierebbe l’uscita anche di nove mesi? E’ un punto che riguarda oggi soprattutto i lavoratori «precoci», quelli entrati in fabbrica a 16-17 anni, la «generazione del ’68-’69», insomma. Una vendetta postuma alla Sarkozy?

        Ma come potrebbe, a questo punto, la Cgil invertire l’inerzia? Non ha mobilitato la sua gente, ossia non ha esercitato la forza tipica del sindacato. Anzi, si ritrova sotto la minaccia della «marcia dei 40.000» che radicali e Ulivo stanno provando a organizzare. I lavoratori guardano, ma sanno capire. Sanno per esperienza che ogni trattativa punta a raggiungere un equilibrio. Ma se non l’hai giocata davvero, lo squilibrio è certo.