Pensioni, lo stop dell´Ocse: una riforma incompleta

09/03/2004


MARTEDÌ 9 MARZO 2004

 
 
Pagina 30 – Economia
 
 
Pensioni, lo stop dell´Ocse: una riforma incompleta
"Non basta alzare l´età per far lavorare di più"
Rapporto sull´Italia presentato oggi a Roma. "Le imprese vanno convinte a non espellere gli anziani"
          Contestato il mancato rafforzamento delle politiche sociali da parte del governo
          ROBERTO MANIA


          ROMA – Una riforma delle pensioni zoppa, ancora prima di nascere. E´ il verdetto dell´Ocse sul progetto Maroni-Tremonti contenuto in un rapporto inedito che verrà discusso oggi a Roma, nella sede dell´Isae, in un seminario a porte chiuse tra gli esperti del ministero del Welfare e i ricercatori di Parigi. L´aumento dell´età pensionabile – è la tesi del Report – non è sufficiente. «Per far sì che i lavoratori anziani rimangano al lavoro – si legge – sono necessarie, da una parte, misure per accrescere la loro occupabilità e, dall´altra, vanno convinte le aziende a non liberarsene». E´ una questione «cruciale», secondo l´Ocse. Eppure è «semplicemente» ignorata nell´ultima proposta del governo italiano. Perché – anche in questo caso – si guarda alla riforma degli assetti previdenziali disgiuntamente dal mercato del lavoro, mentre pensioni e lavoro sono le due facce della medesima medaglia. Tanto più in Italia che vive la singolare contraddizione di avere il più alto tasso di popolazione anziana e allo stesso tempo il più basso tasso di partecipazione al lavoro degli over 65. Ecco perché una rivisitazione degli assetti previdenziali andrebbe accompagnata da un rafforzamento delle politiche sociali tenendo conto dell´andamento demografico. E´ questa la gamba che manca nel progetto – zoppo – del governo.
          Il processo di invecchiamento della popolazione italiana continuerà: il tasso di fertilità è in caduta libera mentre cresce l´aspettativa di vita media. Il primo raggiungeva il 2,5% nel 1970, è calato all´1,20% nel 1998, crescerà di poco – grazie agli immigrati – nel 2005 avvicinandosi all´1,4% dove dovrebbe restare anche negli anni successivi. Nel 2050 – prevede l´Ocse – l´aspettativa di vita degli uomini arriverà a 81,4 anni e a 88,1 anni per le donne. Il tasso di dipendenza dagli anziani è destinato a passare dal 43% nel 2025 al 67% nel 2050. Una dinamica che avrà effetti dirompenti sulla sostenibilità finanziaria, basti pensare che già oggi in media gli uomini ricevono l´assegno pensionistico per 16 anni e mezzo, e le donne per 20 anni e mezzo. Ma questo – per l´Ocse – aumenterà anche le «iniquità intergenerazionali», accrescendo le tensioni sul piano sociale. Le tutele degli anziani di domani – è facile prevedere – non potranno essere quelle previste per i pensionati di oggi.
          Mantenere al lavoro gli ultra sessantacinquenni diventa, allora, una sorta di imperativo. D´altra parte il confronto con gli altri paesi, fotografato dall´Ocse, appare disarmante: in Italia lavora solo il 6,4% della classe di età compresa tra i 65 e i 69 anni, contro il 14,5% della Svezia, il 24,4% degli Stati Uniti, e addirittura il 37,5% del Giappone. In questo quadro si è fatto pochissimo, agendo su meccanismi di incentivi economici privi di vero appeal. Piuttosto è sulla formazione e riqualificazione professionale che si dovrebbe puntare. Oltreché sul lavoro a tempo parziale. Gli anziani italiani sono sostanzialmente ignorati da questi processi. Solo recentemente – con la legge Biagi – è stato introdotto un incentivo fiscale a chi assume i lavoratori con più di 50 anni. Per il resto – osserva il dossier Ocse – tutti i programmi di politica attiva per il lavoro hanno come «destinatari» i giovani. Anche per questo è scarsissima la mobilità da posto a posto tra gli appartenenti alla classe di età 50-64 anni: nel 2001, circa il 70% ha lavorato per 15 o più anni per il medesimo datore di lavoro; percentuale che scende al 26% per la classe tra i 25 e i 49 anni. E non è solo questione di fedeltà all´azienda: sulla scarsissima mobilità tra i lavoratori più anziani pesa il basso tasso di scolarità, ai livelli di coda tra i paesi dell´Ocse. Ridurre tutto allo sterile scalino del 2008 appare davvero miope.