“Pensioni” Lo scalone interessa solo 190 mila persone

23/01/2007
    martedì 23 gennaio 2007

      Pagina 7 – Primo Piano

      Analisi
      Le cifre in ballo

        Lo scalone interessa
        solo 190 mila persone

          PAOLO BARONI

          ROMA

          Padri contro i figli? No, meglio dire fratelli contro fratelli, cugini contro cugini. Oggi la battaglia sulla previdenza la combattono, infatti, soprattutto quelli che sono già in pensione, e ricevono un assegno magari troppo modesto, e quelli che stanno per andarci. Insomma, è una partita tra gli over 60 e i 55-57enni che rischiano di finire nella tagliola dello scalone-Maroni.

          Tra chi, in assenza di modifiche, dal 2008 è obbligato a lavorare tre anni in più per conquistarsi l’assegno di anzianità lasciando il lavoro non più a 57 ma a 60 anni, e chi questo risultato l’ha già raggiunto. Si tratta di 190 mila lavoratori interessati allo scalone già il prossimo anno (all’incirca mezzo milione di persone in tre anni) contro 5-7 milioni di pensionati. Di questi, almeno 4 milioni (il 24 per cento del totale) hanno un reddito mensile inferiore ai 500 euro. E all’incirca altri 3 milioni stanno sotto quota 700.

          Questo perché, anche dopo aver applicato le ultime rivalutazioni, il trattamento minimo erogato dall’Inps si ferma a 436,14 euro, l’assegno sociale a 389,36, mentre i famosi assegni «da un milione di lire» destinati agli over 75 col 2007 sono arrivati a quota 559,91 euro. I sindacati non danno cifre circa i possibili aumenti, al contrario di Rifondazione che nei giorni scorsi ha invece sparato alto e ha chiesto 800 euro per tutti.

          Tra chi vuole tutto e subito (via lo scalone, nessun intervento sui coefficienti, sconti ai lavori usuranti e aumenti agli assegni in essere) come l’ala sinistra della maggioranza, e chi chiede più coraggio e un occhio rivolto soprattutto al futuro (come l’ala riformista, coi Radicali in prima fila), si piazzano i sindacati che un po’ a fatica cercano di tenere assieme esigenze spesso contrapposte, le esigenze dei loro iscritti «attivi» e le aspettative dei tantissimi iscritti-pensionati.

          Il numero due della Cisl Pierpaolo Baretta sostiene da tempo che il confronto sulla previdenza debba partire da due priorità: la rivalutazione delle pensioni dei lavoratori anziani e i giovani che presentano «notevoli buchi previdenziali».

          Più esplicita la posizione di Tiziano Treu, responsabile economico della Margherita e presidente della Commissione lavoro del Senato: «Non possiamo dare soldi a chi ha 57 anni se vogliamo trovare risorse per le vere priorità che oggi sono le pensioni più basse e i precari». Detto questo «l’adeguamento del sistema all’allungamento della vita va fatto, altrimenti ci teniamo lo scalone. Che secondo me non va bene». Secondo Baretta però tutto si tiene. Al punto che «l’aumento delle pensioni in essere renderebbe più agevole l’intervento sullo scalone. Ancor meglio se accompagnato da forme flessibili di uscita come il part time». Quanto ai giovani «è vero – spiega il sindacalista della Cisl – che il problema non è di oggi, ma la questione va senz’altro impostata oggi. E da subito occorre prevedere meccanismi di contribuzione figurativa, che hanno un costo abbastanza contenuto, per consentire ai precari di oggi di avere una pensione dignitosa domani».

          Proprio su questo punto, stamattina la Uil lancerà nel corso di un convegno la proposta di introdurre «un bonus di 24 mesi» da far valere a fine carriera. «In questo modo – spiega il segretario confederale Domenico Proietti – si dà la possibilità a chi ne avrà realmente bisogno di coprire i buchi contributivi». Per il resto, «se si affronta la partita della previdenza in maniera laica, senza creare allarmismo, si vede che il problema dello scalone non si pone, perché gli italiani già oggi di fatto vanno in pensione dopo i 60 anni, e quindi ci si può concentrare sulle altre questioni. Le pensioni basse? Certamente sono un problema, però occorre distinguere seriamente previdenza e assistenza, vedere quali assegni sono il frutto di una contribuzione effettiva e quali sono invece interventi di tipo sociale. Che vanno messi a carico della fiscalità generale».

          Anche nel sindacato, da giorni, si misurano però spinte contrapposte, che arrivano ad assomigliare a vere e proprie lobby. Da un lato, ad esempio, ci sono i metalmeccanici della Fiom che spingono per ottenere sconti consistenti per gli operai sottoposti ad attività usuranti in maniera tale da abbassare a 55 anni l’età per la pensioni di anzianità, mentre dall’altro ci sono i potenti sindacati dei pensionati che premono per adeguare gli assegni dei loro iscritti.

          «Da quando Giuliano Amato ha abolito l’aggancio dei trattamenti agli stipendi – denuncia Antonio Uda, segretario generale dei pensionati Cisl – i pensionati sono stati costantemente penalizzati e in 15 anni hanno perso il 34%».