“Pensioni” L’intesa con il governo imbarazza i sindacati

16/01/2007
    martedì 16 gennaio 2007

      Pagina 10 – Primo Piano

      IL CASO

      L’intesa con il governo imbarazza i sindacati

        ROMA — Un pezzo del «patto col diavolo» — come ha definito Giulio Tremonti la promessa fatta da Prodi di risanare la previdenza senza aumentare l’età di uscita — va forse cercato nel famoso memorandum d’intesa firmato tra governo e sindacati alla fine dello scorso settembre. Voluto dal ministro dell’Economia Tommaso Padoa-Schioppa per giustificare, di fronte a Bruxelles, lo stralcio dalla Finanziaria della riforma delle pensioni chiesto dai sindacati, oggi viene «misconosciuto» da buona parte dei firmatari. Nel testo il governo e le parti sociali si «impegnano a giungere ad un accordo entro il 31 marzo» ma già il premier Prodi e il ministro del Lavoro Cesare Damiano hanno ammesso che quella data non è vincolante. Al punto "a" del capitolo 9, si legge che il «processo di riforma avverrà secondo le seguenti linee guida: piena applicazione del regime contributivo e rafforzamento dei criteri che legano l’età di pensionamento all’importo della pensione tenendo conto della dinamica demografica». Si tratta dei famosi coefficienti di trasformazione, previsti dalla legge Dini del 1995, destinati ad abbassare la pensione dopo il 2011 del 6-8% e contro i quali in questi giorni Cgil, Cisl e Uil hanno messo il loro veto. Ma perché hanno firmato il memorandum, allora?

        «In quel documento sono stati illustrati i problemi, non le soluzioni — spiega Luigi Angeletti, leader della Uil — il fatto che nel testo ci fossero quelle parole non significa che io fossi d’accordo». Ufficialmente anche la Cgil e la Cisl sono contro. Ma nel sindacato di Guglielmo Epifani cominciano a emergere forti distinguo. Il responsabile dell’economia Cgil Beniamino Lapadula ritiene che «non toccare i coefficienti significa svuotare la riforma Dini, d’altra parte nessuno poteva immaginare che dal 1995 ad oggi le aspettative di vita si allungassero di due anni». Senza parlare dello «scalone» che, nel memorandum, non viene mai nemmeno menzionato pur essendo uno dei capisaldi della trattativa. «Il solo fatto di citarlo — ammette oggi Pier Paolo Baretta, segretario aggiunto della Cisl — significava riconoscere che esisteva come problema, invece non è così perché nel programma dell’Unione è chiaramente indicata la sua abolizione».