Pensioni: l’Europa non ci obbliga ad alcuna riforma

20/10/2003



  Economia e lavoro




18.10.2003
Rutelli dice di essere pronto al confronto sulla proposta dell’esecutivo. Epifani e Pezzotta rispondono che il documento va ritirato e non ci sono modifiche accettabili
Pensioni: l’Europa non ci obbliga ad alcuna riforma
di 
Osvaldo Sabato

FIRENZE È l’Europa che la vuole. Quante volte da Palazzo Chigi è rimbalzata come un ritornello l’affermazione che voleva la riforma delle pensioni come una delle richieste più incalzanti fatte dall’Unione Europea. Quante volte la Casa delle Libertà ha voluto far credere ai
“cipputi” delle fabbriche, ai sindacati e ai partiti, che l’allungamento
dell’età lavorativa serviva a fronteggiare la sfida dell’invecchiamento alleggerendo nello stesso tempo il presunto deficit previdenziale. Quante volte. Tante. Peccato che come succede spesso quando c’è di mezzo Berlusconi ci ha pensato l’Europa a dire effettivamente come stanno le cose. È cioè che la politica sulle pensioni resta di competenza nazionale. E che quindi non è all’orizzonte nessuna nuova Maastricht delle pensioni, come ha precisato il presidente
della Commissione europea Romano Prodi, dopo l’approvazione
di un documento da parte del Consiglio Europeo «non è stato raggiunto un accordo per dare potere alle istituzioni comunitarie» ha spiegato. In realtà i quindici Paesi dell’Unione hanno deciso solo di stilare una sorta di linea guida generale sull’aumento dell’età pensionabile. Nonostante quanto emerso dalla riunione di ieri a Bruxelles però il governo non demorde nell’andare avanti nella riforma pensionistica «ormai è ineludibile il prolungamento dell’età lavorativa» come fa sapere da Bruxelles il premier. «Provi chi ha fatto questa proposta a lavorare 37 in una azienda siderurgica»
ribatte Fausto Bertinotti. Come del resto fanno i sindacati e i partiti
dell’opposizione di centro sinistra. Anche se la giornata di ieri ha registrato una apertura al governo del leader della Margherita, Francesco Rutelli «sulla loro proposta sono critico, ma siamo pronti a discutere in Parlamento quando questa sarà presentata» la macchina che sta preparando la mobilitazione sindacale con lo sciopero generale del 24 ottobre è ormai a pieno regime. «Noi siamo interessati e stiamo lavorando alla riuscita dello sciopero. E io penso che sarà una grande giornata e anche il governo non potrà tener conto di questo risultato» ha commentato da parte sua a Firenze, a margine del convegno nazionale dell’Anci, il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani. Indirettamente le sue affermazioni hanno avuto il sapore di una replica immediata a quanto aveva dichiarato Rutelli intervenendo ad una trasmissione radiofonica «è una riforma sbagliata nei tempi e nelle modalità» ha sottolineato Epifani. Sulla uscita di Rutelli non ha nascosto le sue perplessità neanche il diessino Vannino Chiti «noi siamo al fianco dei sindacati» conferma auspicando che il centro sinistra unito sia in grado di fare proposte alternative a quella dell’esecutivo «su questo sfidiamo il governo». Anche il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, anche lui ieri a Firenze per partecipare all’assemblea unitaria di Cgil, Cisl e Uil, è stato molto duro con la politica pensionistica del centro destra «il vero problema è che questa riforma non è emendabile, va cambiata, va trovata una alternativa. Altro che gradualità» commenta.
Il numero uno della Cisl ricorda come il governo si sia sempre
rifiutato di verificare congiuntamente con i sindacati la validità della
riforma Dini «era previsto che nel 2005 avremmo dovuto valutare
se il sistema reggeva o meno: confronto che non c’è mai stato». Ecco
perché i sindacati non fanno nessun passo indietro e si dimostrano
pronti a discutere nelle fabbriche tutta la questione. Certo ha aggiunto
sempre Epifani se ci fosse la possibilità di avere un minimo di spazio
informativo sui mezzi Rai, sarebbe ancora meglio. A proposito di televisione pubblica, Savino Pezzotta, ha chiesto spazi informativi adeguati sui canali di Stato dello sciopero del 24 «forse non ce lo fanno fare perché hanno paura – afferma – ma siccome anche i lavoratori pagano il canone avrebbero il diritto che i loro rappresentanti andassero in tv a spiegare le loro ragioni».