Pensioni, la trattativa a un passo dalla rottura

09/01/2004


09 Gennaio 2004

A MENO DI MIRACOLI, LUNEDÌ CI SARA’ UN NULLA DI FATTO. MARONI: MANCA UN ACCORDO E MI PARE DIFFICILE CHE CI POSSA ESSERE

Pensioni, la trattativa a un passo dalla rottura
Parti lontanissime, i sindacati tornano a parlare di sciopero generale

Roberto Giovannini

ROMA
Le premesse erano pessime, e l’incontro di ieri tra governo e sindacati sulla riforma delle pensioni a questo punto ha confermato le revisioni della vigilia: le posizioni sono distantissime, nessuno è disponibile a fare un passo indietro. E a meno di miracoli dell’ultim’ora lunedì prossimo a Palazzo Chigi sarà rottura. L’Esecutivo tenterà di spingere in Parlamento l’iter della delega previdenziale, e il sindacato ricorrerà alla mobilitazione, senza escludere lo sciopero generale.
Ieri, al tavolo tecnico del ministero del Welfare, il ministro Roberto Maroni ha illustrato alla delegazione di Cgil-Cisl-Uil i dati sull’andamento della spesa previdenziale nei prossimi anni. I dati – messi a punto dalla Ragioneria – sostanzialmente non differiscono molto da quelli già noti e già diffusi: sulla base delle ipotesi dello scenario demografico ed economico, il picco della spesa previdenziale (la celeberrima «gobba») ci sarà nel 2035, quando questa voce di bilancio peserà per un importo pari al 16% del prodotto interno lordo. La popolazione ultrasessantenne, inoltre, nel 2050 rappresenterà il 68,8% della popolazione attiva. Infine, attualmente il mondo del lavoro autonomo inciderà per il 15% (contro l’85% del lavoro dipendente) della spesa pensionistica, anche se gradualmente questa percentuale scenderà. Quanto basta, conclude Maroni, per giustificare la necessità di intervenire sui meccanismi del sistema, aumentando le entrate, ma anche innalzando l’età effettiva di pensionamento. Insomma, per il titolare del Welfare il confronto è stato «utile, interessante, franco e aperto», ma «le distanze restano – ha riconosciuto – soprattutto per la valutazione negativa che i sindacati danno sulla ricetta del Governo contenuta nell’emendamento alla delega». «Ad oggi non c’è nessun accordo e mi pare difficile che ci possa essere», afferma Maroni, secondo cui comunque «le conclusioni le tireremo a Palazzo Chigi, anche se penso che la delega possa essere migliorata».
Premesso che sviluppare previsioni a gittata così lunga è un compito improbo, il sindacato ieri ha però contestato alcune delle ipotesi di base del modello utilizzato dal Tesoro (ad esempio, il fatto che di qui al 2050 il tasso di produttività non superi un aumento annuo dell’1,77%, o che il Pil reale aumenti solo dell’1,5%). In più, le tre confederazioni giungono a conclusioni opposte anche sulla base degli stessi dati della Ragioneria. Per i tre segretari confederali, Morena Piccinini (Cgil), Pier Paolo Baretta (Cisl) e Adriano Musi (Uil) quei numeri «confermano che la ricetta del governo è profondamente sbagliata». I motivi sono almeno tre: «La composizione della curva – spiega Baretta – non tiene conto in nessun modo della crescita occupazionale che lo stesso governo prevede per i prossimi anni. Inoltre, questa curva dimostra come la crescita della spesa per i lavoratori dipendenti sia proporzionalmente inferiore a quella relativa ai lavoratori autonomi. Infine si conferma che nel bilancio previdenziale ci sono molte voci assistenziali non sorrette da contributi e che quindi dovrebbero essere messe a carico della fiscalità generale». «Perché – attacca Piccinini – i lavoratori dipendenti dovrebbero pagare per una curva provocata da altri?»
La rottura potrebbe essere consacrata a Palazzo Chigi. «Lunedì – aggiunge Baretta – ci aspettiamo solo che il governo ci dica che vuole aprire un confronto per cambiare la delega». Per il numero due della Uil, Adriano Musi, «se salta il tavolo sulle pensioni salta anche quello sul Welfare, perché sarebbe inutile proseguire un dialogo tra sordi». «Se il governo andrà avanti con la delega non si escludono ulteriori iniziative di mobilitazione», ha detto il segretario confederale della Cgil Morena Piccinini. E per Musi «non è escluso» un nuovo sciopero generale.
I modesti spazi per una ripresa del negoziato sono affidati a una decisione politica di Silvio Berlusconi, Gianfranco Fini e Giulio Tremonti: ma a quanto pare, nonostante le perplessità di An e Udc (che vorrebbero rinviare gli interventi più impopolari alla verifica della legge Dini programmata per il 2005) nell’Esecutivo prevale la linea «dura».
Una situazione di cui è consapevole anche il leader cislino Savino Pezzotta: «Sono abbastanza pessimista – commenta – ma non dobbiamo smettere di sperare». E intanto da Bruxelles un rapporto dell’Ue sprona gli Stati membri a modernizzare il welfare, eliminando anche gli ostacoli al prolungamento della vita lavorativa. Ad esempio, per assicurare un alto livello di protezione sociale senza far saltare i bilanci pubblici, si suggerisce che l’innalzamento di un anno dell’età pensionabile ridurrebbe l’aumento previsto delle spese pubbliche per le pensioni da 0,6 a 1% del pil.