“Pensioni” La società dei centenari (G.A.Stella)

04/09/2006
    luned� 4 settembre 2006

    Pagina 1 e 6 – Primo Piano

    INCUBI DEMOGRAFICI
    CONTI E RIFORME/LE PENSIONI

    La societ� dei centenari

    Corsa (insensata) alla pensione in una societ� di centenari

      Si allunga sempre pi� la vita media degli italiani.
      Eppure si discute di anticipare l’addio al lavoro a 58 anni

        Gian Antonio Stella

          Non � lecito al governo trincerarsi dietro le difficolt� finanziarie del sistema previdenziale�. Indovinello: chi l’ha detto? 1) Paolo Ferrero 2) Alfonso Gianni 3) Paolo Cento. No: il segretario del Pci Luigi Longo, nel dibattito del marzo 1968 sull’abolizione, poi fallita, delle pensioni di anzianit�. Quattro decenni dopo, per�, il succo del dibattito sulle pensioni non � cambiato molto. Con un’aggravante: adesso sappiamo. Sappiamo ad esempio che l’aspettativa di vita, che allora era di 68,3 anni per l’uomo e 73,5 per la donna, � salita rispettivamente a 77,3 e a 83.

            E punta ad allungarsi ancora (evviva) fino ad arrivare, per i quarantenni di oggi, a 83,3 e 88,8 anni. Venti di pi� dell’et� in cui si moriva allora. Una gioia per i protagonisti dell’allungo, un incubo per i conti pubblici.

            Eppure, a leggere i giornali di ieri, la consapevolezza del tema demografico non abbonda affatto. Anzi. Impallinato sull’ipotesi di innalzare la soglia a 62 anni, il ministro del Lavoro Cesare Damiano si � precipitato a precisare che, per carit�, lui sta addirittura �studiando una modifica della legge Maroni per consentire ancora ai lavoratori italiani che abbiano raggiunto i 35 anni di contributi di andare in pensione con meno di 60 anni, ad esempio a 58�.

            Al che il collega Ferrero, agghindando la sua opinione con la tesi che �disturbare il manovratore� � il �miglior modo di far vivere il governo� (replay del Bertinotti che si preparava anni fa ad affondare Prodi: �I governi migliori sono quelli terremotati�) ha spiegato: �Ma quanto vogliamo farli restare in fabbrica? 35-36 anni di lavoro, a seconda di quando si arriva all’et� pensione, mi sembrano sufficienti�. Non bastasse, si son levate (ovvio) indignate reazioni a destra. Una su tutte, quella di Giulio Tremonti: �Vogliono mettere i pensionati nel tritacarne. Chi pu� andare in pensione ci vada subito�.

            E dire che le tabelle sono l�, sotto gli occhi di tutti. E danno ragione, per esempio, agli studi dell’americano Robert W. Fogel, dell’Universit� di Chicago. Il quale, confrontando la salute di circa 5.000 veterani dell’Esercito di alcuni decenni fa e di un analogo campione di oggi, ha potuto stabilire che quelli colpiti da una malattia cardiaca al compimento dei 60 anni sono scesi dall’80 a meno del 50 per cento. Un miglioramento netto non solo in questo campo: �Il dato pi� sorprendente � che molte malattie croniche, come quelle cardiache, quelle polmonari e l’artrite compaiono in media da 10 a 25 anni pi� tardi rispetto al passato�, ha spiegato il New York Times. Di pi�: negli ultimi cento anni, per Fogel, gli abitanti del mondo industrializzato avrebbero avuto una �forma di evoluzione unica non solo per il genere umano ma per le 7.000 generazioni di esseri umani precedenti �.

            Un dato, per capire: un settantenne di oggi poteva aspettarsi alla nascita, negli anni Trenta, di vivere mediamente 55 anni scarsi. Invece… Insomma: a prender per anno base il 1961, la speranza di vita � aumentata in Italia di 2 anni e mezzo a decennio. Nessuno, spiega lo studioso di demografia Massimo Livi Bacci, �avrebbe immaginato allora una cosa simile. Cos� come non sarei cos� ottimista oggi sull’idea che la speranza di vita continuer� meccanicamente a salire. Per esempio non � detto che possiamo continuare a permetterci questo sistema sanitario. In Russia, quando salt� tutto, la speranza di vita si abbass�. Quindi, cautela…�.

            Guai a prendere i numeri per oro colato. Detto questo, sottovalutarli pu� essere fatale. Tanto pi� se mettono spavento. Secondo i calcoli dell’Istat, che tra il 1961 e il 2005 ha registrato un’impennata dell’indice di vecchiaia (il rapporto tra la popolazione con oltre 65 anni e quella con meno di 14) dal 38,9% al 137,7%, siamo destinati a essere stravolti. Basti dire che fra dieci anni gli ultrasessantenni saranno 17.459.984 (quasi tre milioni pi� di oggi) e fra venti anni esatti (un battito di ciglia, nella storia) addirittura 19.226.581 (cinque pi� di oggi) nonostante un aumento complessivo della popolazione (+ 205.616) quasi impercettibile.

            E non � tutto: cresceranno oltre ogni aspettativa non solo gli �over 70� ma anche gli �over 80�: oggi sono 2.898.204, nel 2016 saranno un milione in pi�: 4.080.881. Presumibilmente in larga parte bisognosi di assistenza e alle prese con un welfare ridotto rispetto ad oggi. Per non dire dei nonnetti con oltre 90 candeline: oggi sono 491.521, fra vent’anni saranno il doppio: 1.044.592. E il bello � che, in questo Paese gerontofilo (lo sbarbatello delle alte cariche dello Stato � il subcomandante Fausto che ha 66 anni: venti pi� di Bill Clinton all’ingresso alla Casa Bianca) saranno guardati quasi come dei ragazzi: gli ultracentenari, oggi 9.091, saranno quintuplicati: 45.129. Poco meno che gli abitanti di un capoluogo regionale quale Campobasso. Tema: chi governa (ma anche chi sta all’opposizione) ha il diritto di buttar l� oggi le stesse cose che furono dette nel ’68 in quel delirante dibattito parlamentare, quando perfino il liberale Emilio Pucci si oppose �all’abolizione della pensione di anzianit� proprio mentre il progresso tecnologico e la sempre pi� accentuata automazione delle industrie richiedono manodopera giovane altamente qualificata�?

            Allora, forse, non era chiaro ci� che sarebbe successo. Ma oggi, dopo le denunce di mille grilli parlanti, da Pier Paolo Baretta a Giuliano Cazzola ad altri ancora? Dopo che la riforma Dini del ’95 aveva previsto in questi dieci anni un aumento della speranza di vita di un anno e ce ne ritroviamo due? Eppure una tabella con i calcoli belli e fatti gi� c’�. E dice (Commissione Brambilla 2001) che chi va oggi in pensione a 58 anni con 35 di contributi, pu� aspettarsi di vivere mediamente, con l’allungarsi della speranza di vita, altri 25 anni abbondanti. Solo in parte coperti dai versamenti che ha fatto nei decenni di lavoro. Bene: dopo aver incassato quanto aveva accantonato, se � un impiegato pubblico verr� mantenuto dalla collettivit� per altri 10 anni, se � un dipendente privato per altri 8, se � un artigiano o un commerciante (solo cinque anni e mezzo per riavere quanto versato) per altri 20, quasi. E si tratta di calcoli riferiti a sei anni fa. Da ritoccare al rialzo.