Pensioni, la mappa dell’Inps I dipendenti pagano il doppio degli autonomi

12/02/2010

ROMA— I lavoratori autonomi versano all’Inps, nel migliore dei casi, la metà di quanto pagano i lavoratori dipendenti. Alla fine, però, ottengono una pensione un po’ più bassa, ma non certo dimezzata. Intascano cioè una sorta di premio previdenziale, destinato a durare fino a quando non andrà a regime il sistema di calcolo contributivo, nel 2025-2030. Sono questi i risultati che si ottengono elaborando gli ultimi dati Inps sui contributi e le pensioni per le diverse categorie.
Nel 2008 i lavoratori dipendenti hanno versato all’istituto di previdenza in media 7.954 euro di contributi a testa. Si va da un minimo di 1.797 euro pagati da ogni apprendista ai 45.694 euro del dirigente, passando per i 6.647 euro versati mediamente da ognuno dei 7,2 milioni di operai e i 9.626 euro degli impiegati.
Nello stesso anno gli artigiani hanno contribuito per la loro pensione con 3.727 euro a testa e i commercianti con 3.652. I parasubordinati 3.680 euro (3.540 euro versati dai collaboratori e 4.630 euro dai professionisti iscritti a questa gestione perché non hanno una loro cassa). Ci sono infine i lavoratori agricoli che hanno contribuito con appena 1.700-1.800 euro a testa.
A fronte di questi contributi l’Inps nel 2008 ha pagato ai lavoratori dipendenti una pensione media annua (vecchiaia, anzianità, invalidità, superstiti) di 9.870 euro e agli autonomi di 7.630 euro, un importo pari al 77% del primo. Questo significa che i versamenti dei lavoratori autonomi hanno un rendimento nettamente più alto in termini di pensione, il che è ancora più vero se si tiene conto che gli assegni che si stanno pagando ad artigiani e commercianti hanno alle spalle contributi più leggeri di quelli che si pagano ora (le aliquote sono gradualmente salite dal 15 al 20% circa, contro il 33% prelevato dalla retribuzione lorda dei lavoratori dipendenti).
Limitandosi alle categorie di pensione più importanti, cioè quelle di vecchiaia e anzianità, l’importo medio per i lavoratori dipendenti è di 13.442 euro e per gli autonomi di 9.696 euro, pari al 72%. La proporzione rimane la stessa anche per le pensioni di nuova liquidazione, quelle cioè con decorrenza 2008: la media degli assegni di vecchiaia e anzianità per i dipendenti è stata di 1.397 euro al mese, per gli artigiani di 1.053, per i commercianti di 1.012.
A spiegare il forte scarto dei livelli di contribuzione non ci sono solo le aliquote così differenziate (20% contro il 33%), ma anche il diverso meccanismo di pagamento. I lavoratori dipendenti, come per il fisco, versano all’Inps attraverso la ritenuta alla fonte. I lavoratori autonomi pagano invece sulla base dei redditi dichiarati. Per evitare il rischio di una sottocontribuzione grave, la legge fissa un minimo di reddito sul quale comunque artigiani e commercianti devono pagare. Nel 2008 il «minimale» era di 13.819 euro. Ben il 56% degli artigiani e il 65% dei commercianti ha versato sul minimale, cioè su un reddito annuo che non raggiunge i 14 mila euro scarsi. Solo 3.418 artigiani e 6.614 commercianti hanno pagato su redditi oltre il «massimale» fissato in circa 68 mila euro.
Come avviene il recupero che porta gli autonomi ad avere pensioni proporzionalmente più ricche in rapporto ai contributi versati? Poiché gli assegni, sia per i dipendenti sia per gli autonomi, vengono liquidati ancora in gran parte col metodo retributivo (2% sul reddito degli ultimi 10-15 anni moltiplicato per gli anni di lavoro) basta che negli ultimi anni si versino contributi su fasce di reddito più alte e automaticamente si eleva l’importo della pensione, spiegano i tecnici dell’Inps. Solo con l’andata a regime del metodo contributivo (introdotto dalla riforma Dini nel lontano 1995) questo effetto sarà annullato e gli assegni saranno rapportati ai contributi effettivamente versati durante tutta la vita lavorativa. Ma bisognerà aspettare ancora un ventennio. E a quel punto si aprirà un altro problema, quello delle pensioni povere, perché gli autonomi, se continueranno a versare con un aliquota del 20%, avranno un grado di copertura (rapporto tra pensione e reddito da lavoro) che nella migliore delle ipotesi sarà del 50%.