Pensioni, la grande partita si gioca a settembre

16/07/2003


mercoledì 16 Luglio 2003

ESPERTI DIVISI TRA MANOVRA RADICALE E INTERVENTO SOLO SIMBOLICO
Pensioni, la grande partita si gioca a settembre
Aperte tutte le strade. Le scelte future legate all’andamento dei conti

il caso

ROMA
DI pensioni il Dpef parla poco, ma quanto basta per capire che sarà a settembre che si giocherà la «Grande Partita». La strada è aperta a tutti gli sbocchi possibili nelle settimane che vedranno la stesura vera e propria della Finanziaria 2004. Se la situazione dei conti pubblici si rivelerà peggiore di quanto previsto – e soprattutto se Bruxelles darà mostra di non apprezzare molto una manovra da 16-17 miliardi fatta per due terzi di nuove entrate «una tantum» – si rivelerà più o meno obbligata per l’Esecutivo la necessità di intervenire da subito sul sistema pensionistico. Magari, dicono i bene informati, con un pacchetto di misure draconiane che aprano la strada, superata una inevitabile fase di conflitto sociale, a un’intesa con i sindacati su una versione più «soft» del giro di vite sulle pensioni. Oppure, come altri osservatori bene informati sono disposti a scommettere, l’intervento sarà più limitato, quasi simbolico.
I tecnici del governo le (tante) opzioni praticabili le hanno già predisposte. L’estensione a tutti i lavoratori del sistema contributivo, interventi vari di disincentivo delle pensioni di anzianità, stretta sulle pensioni di invalidità, contributi ai danni dei pensionati «d’oro», aumenti delle aliquote contributive delle diverse categorie… sul tavolo dei ministri ormai i progetti si sono accumulati. L’ultimo – che fa discutere – è quello che riguarda i pubblici dipendenti. Il progetto è quello di modificare il meccanismo di calcolo della pensione retributiva per chi lavora nel pubblico, adeguandolo a quello (meno favorevole) che dal 1992 è in vigore per i lavoratori del settore privato. Il risparmio per le casse dello Stato sarebbe di circa un miliardo di euro in ragione d’anno, se l’adeguamento fosse totale e con effetto retroattivo; la penalizzazione per i diretti interessati potrebbe essere modesta per chi ha avuto una carriera «lenta» e stipendi modesti, e giungere al 10-15% per gli alti dirigenti dello Stato. Attualmente, la pensione dei pubblici dipendenti viene calcolata per una parte sull’ultimo mese di retribuzione e per l’altra sulla media degli ultimi cinque anni di stipendio; per i privati, lo stipendio di riferimento è la media degli ultimi cinque/dieci anni. Ne consegue un discreto vantaggio, visto che di norma l’ultimo stipendio è quello più alto, rendendo più generoso l’assegno di pensione.
Nelle reazioni dei sindacati, molta cautela: Cgil-Cisl-Uil farebbero fatica ad opporsi a una misura di sostanziale omogeneizzazione dei trattamenti tra pubblici e privati, ma per adesso preferiscono mettere le mani avanti. Per il segretario confederale cislino Pier Paolo Baretta, «se nel Dpef si profilasse uno scambio improprio tra rinnovo del contratto del pubblico impiego, per il quale esiste già un impegno del governo, ed un intervento sulle pensioni dei pubblici dipendenti la Cisl sarebbe del tutto contraria». Più rigida la posizione della Cgil: per Gian Paolo Patta, «è solo demagogia la gridata parificazione dei trattamenti pensionistici tra i dipendenti pubblici e quelli privati. È già stata realizzata, e le misure annunciate non porterebbero nelle casse dello Stato che qualche Euro».
E perplessità arrivano anche da Giuliano Cazzola, esperto di pensioni e membro del collegio sindacale dell’Inps, che da tempo sostiene la necessità di interventi ben più drastici sui conti pensionistici. «A dire la verità – afferma – la proposta suona come una ritorsione contro la "Roma ladrona" del pubblico impiego che pretenderebbe di manipolare le sacre pensioni di anzianità "padane" e care ai sindacati. In ogni caso, alcune misure si possono adottare, credo con una discreta comprensione da parte dei dipendenti pubblici». Ad esempio, adeguando dal 2004 anziché dal 2006 il criterio per andare in pensione anticipata: «basta solo spiegare perché i dipendenti privati sono intoccabili». Quanto alla proposta sulle pensioni retributive dei pubblici, per Cazzola si tratta di un’idea valida, anche se l’esperto prevede complicazioni giuridiche. «Finora le modifiche ai sistemi di calcolo sono sempre avvenuti pro rata, ovvero per il futuro, salvaguardando le regole vigenti per il tempo trascorso – spiega -. Se si vuole innovare non sarò certo io a lamentarmi. Ci penserà la Corte Costituzionale».