Pensioni «integrate» in calo

09/11/2004
              del lunedì
              lunedì 8 novembre 2004

              sezione: ITALIA – POLITICA – pag: 7
              PREVIDENZA • Nell’ultimo triennio trattamenti al minimo calati di 250mila unità: risparmi per 282 mln
              Pensioni «integrate» in calo
              Per l’assegno servono 20 anni di versamenti

              ARTEMIO RUGGERI

              Sorpresa. Le pensioni integrate al minimo diminuiscono in misura rilevante: dal 2002 al 2004 sono oltre 250mila in meno. I motivi sono diversi e di segno differente. In primo luogo, ha influito un certo inasprimento delle regole a partire dall’inizio degli anni ’90, quando sono entrate in vigore, in un breve lasso di tempo, una serie di norme che hanno reso più difficile la possibilità di avvalersi dell’integrazione al minimo.

              Si tratta dell’allungamento da 15 a 20 anni del requisito contributivo minimo per la prestazione di vecchiaia, che ha scoraggiato il ricorso alla prosecuzione volontaria e dell’introduzione del principio del cumulo col reddito del coniuge, che ha reso incerta la corresponsione dell’integrazione in aggiunta della pensione a calcolo.


              Ma indubbiamente il ridimensionamento delle pensioni al minimo è la conseguenza anche di un consolidamento del sistema pensionistico obbligatorio, che, in questi anni, nonostante le misure di riforma, ha potuto dare il meglio di sé, incontrandosi con generazioni di nuovi pensionati in grado di potersi avvalere compiutamente delle normative vigenti e di presentare il conto di lunghi periodi di occupazione stabile e di contribuzione versata.


              I conti. La spesa complessiva per i trattamenti minimi è elevata e sufficientemente stabile, nonostante il minor numero delle prestazioni: nel 2004, su ben 25 miliardi di euro per le gestioni dell’assicurazione generale obbligatoria (dipendenti e autonomi Inps), quasi 14 miliardi sono stati destinati all’integrazione (e perciò a carico dei trasferimenti statali).

              In relazione al numero di iscritti è proporzionalmente più ragguardevole la quota (complessiva e integrata) a favore delle gestioni dei lavoratori autonomi. È la situazione dei coltivatori quella maggiormente critica.


              Stando alle grandezze assolute — la cosa è ovvia a fronte delle dimensioni del settore — è il Fondo del lavoro dipendente (Fpld) a presentare gli andamenti più elevati: nel 2004, una spesa complessiva di 14 miliardi di euro, di cui 8 miliardi relativi all’integrazione.


              Gli assegni sociali. In parallelo con il calo dei trattamenti minimi cresce il numero delle prestazioni assistenziali erogate a persone escluse dai diritti previdenziali per insufficienza di requisiti e di reddito (le pensioni sociali cedono il posto agli assegni assistenziali), ma in misura abbastanza limitata: da 766mila nel 2002 a 791mila nell’anno in corso.

              Anche l’evoluzione della spesa è abbastanza modesta, tanto che nel 2004 è stata inferiore a quella dell’anno precedente. A conti fatti, sommando l’intervento dello Stato, limitatamente all’integrazione al minimo e ai trattamenti assistenziali, nel 2004 è ammontata a 17 miliardi di euro.


              Secondo recenti dichiarazioni dei dirigenti dell’Inps sono 1,8-1,9 milioni i trattamenti che hanno beneficiato del miglioramento delle maggiorazioni sociali, che nel 2002 ha portato le pensioni più basse (erogate a persone con redditi modesti) a 516 euro mensili poi divenuti, nel 2004, 535,9 euro. Si è trattato di una misura importante che ha prodotto effetti (si vedano i rapporti del Nucleo di valutazione della spesa pensionistica) anche sui flussi di spesa a carico dello Stato.


              Futuro senza integrazione. Resta da ricordare che, andando a regime il sistema contributivo, l’integrazione al minimo è destinata a sparire. Per aver diritto alla pensione si dovrà far valere un montante contributivo che assicuri una prestazione pari a 1,2 volte l’importo dell’assegno sociale.

              Si deve cominciare a riflettere, tuttavia, se è possibile avere un modello pensionistico che bandisca ogni istituto rivolto ad assicurare un minimo di solidarietà infragenerazionale. La riflessione va, ovviamente, condotta con un occhio attento a quanto si muoverà nel campo delle prestazioni assistenziali a tutela delle condizioni di povertà.