“Pensioni” Innalzare l’età femminile (F.Kostoris)

23/01/2007
    martedì 23 gennaio 2007

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      PAROLE CHIAVE SI DOVREBBE PREVEDERE UN ADEGUAMENTO A QUELLA MASCHILE VIGENTE

        L’età pensionabile femminile andrebbe innalzata

          di Fiorella.Kostoris

            In ideale continuità con quanto scritto martedì scorso su queste colonne, vorrei porre la questione se i coefficienti di trasformazione e gli altri, connessi meccanismi del sistema pensionistico contributivo siano neutri oppure agevolino piuttosto gli uomini o le donne.

            Ignorando la preferenza temporale, il coefficiente di trasformazione dipende, per ogni data età di quiescenza, da due fattori: in primo luogo, dalla speranza di vita residua media al momento del ritiro dal lavoro; in secondo luogo, dal numero medio di anni ulteriori in cui una quota della pensione continuerà a essere pagata al coniuge che sopravviverà all’assicurato deceduto. Esaminando, in isolamento, il primo elemento, è chiaro che i coefficienti di trasformazione, variabili a seconda dell’età di pensionamento ma identici per entrambi i generi, avvantaggerebbero fortemente le lavoratrici, in quanto la loro speranza di vita alla stessa età di pensionamento è circa di 4 anni e mezzo superiore a quella dei colleghi maschi. E poiché tali aspettative aumentano parallelamente (di quasi 2 anni in un decennio), si mantiene inalterata la distanza tra i generi. Così, trascurando momentaneamente il secondo aspetto, se la durata di vita media a 60 anni fosse di 20 anni, il coefficiente di trasformazione varrebbe 1/20 e il beneficio annuo sarebbe pari al 5% del montante contributivo sia per gli uomini che per le donne, ma queste ne godrebbero mediamente per 4 anni e mezzo di più: emergerebbe, dunque, una redistribuzione dai lavoratori alle lavoratrici.

            L’esistenza del secondo elemento rafforza ancora il privilegio femminile. Il coniuge superstite è quasi sempre la moglie, sia perché normalmente risulta avere 3 anni in meno del marito, sia perché essa ha una speranza di vita più lunga, sia perché l’uomo ha una probabilità di appartenere alla forza lavoro maggiore della donna, lasciando dunque più spesso in eredità una pensione indiretta: il 90% delle prestazioni ai superstiti è liquidato a donne. Di conseguenza, la presenza delle vedove per 7-8 anni dopo la morte dell’assicurato e il beneficio loro garantito in quota rispetto ai salari (alto, se confrontato a quello usualmente concesso nei grandi Paesi del mondo), da un lato, deprimono i coefficienti di trasformazione sia per i lavoratori che per le lavoratrici, dall’altro lato, favoriscono quasi solo il mondo delle donne, incluse quelle occupate o titolari di pensione diretta, destinatarie del trattamento ai superstiti, pur in percentuale ridotta a causa dei limiti del cumulo con altri redditi. Da ultimo, la legge Dini del 1995 premia la maternità, non la paternità, stabilendo, al comma 40 dell’articolo 1, che nel regime contributivo «a prescindere dall’assenza o meno dal lavoro al momento del verificarsi dell’evento maternità […] la lavoratrice può optare per la […] applicazione del moltiplicatore [cioè del coefficiente di trasformazione] … relativo all’età di accesso al trattamento pensionistico, maggiorato di un anno in caso di uno o due figli, e maggiorato di due anni in caso di tre o più figli».

            Si potrebbe ulteriormente pensare che anche l’età pensionabile incida in modo diverso sui due generi, aggravando o controbilanciando il favore relativo in capo alle donne, finora esposto. Nonostante la più bassa età legale di pensionamento di vecchiaia della componente femminile rispetto alla maschile (a 60 e rispettivamente a 65 anni, tanto oggi che in futuro, se non si tocca la legge Maroni del 2004 – ma l’età coincideva invece a regime con la Dini, posizionandosi per tutti nell’arco flessibile dei 57-65 anni), e nonostante l’identico requisito di età tra i generi nelle pensioni di anzianità (oggi a un minimo di 57 anni combinati con 35 contribuzioni, nel 2008 elevati a 60 anni se passa lo scalone Maroni), l’età effettiva in cui attualmente le lavoratrici e i lavoratori vanno mediamente in quiescenza è pressoché eguale, cioè leggermente inferiore ai 60 anni (prima, quindi, di come si faccia nell’Europa dei 15, salvo in Lussemburgo, Belgio, Francia).

            Ciò succede perché molti maschi italiani scelgono la pensione di anzianità a partire dai 57 anni, mentre alle donne questa opportunità è generalmente negata in quanto di solito non conseguono i 35 anni contributivi, a causa del percorso occupazionale più accidentato e intermittente, tipico del gentil sesso: da un rapporto del Cnel del 2004, si evince che nel flusso «delle pensioni erogate [dall'Inps] alle donne, il 52% si distribuisce nelle prime 2 classi di anzianità, fino a 20 anni […] per poi scendere in modo graduale fino a raggiungere il 9,9% delle pensioni femminili con anzianità compresa tra 35 anni e meno di 40, e quindi precipitare all’1,2% per i 40 anni. Le pensioni degli uomini, invece, presentano un andamento contrario […] superando addirittura il picco del 48% per anzianità oltre i 35 anni».

            In un futuro prossimo, se non fosse abolito ma magari reso solo più graduale lo scalone del 2008, è prevedibile che la maggioranza dei lavoratori maschi continui a scegliere la pensione di anzianità (a quel momento con un’età minima di 60 anni), mentre fra le colleghe prevarrebbe la pensione di vecchiaia (rigidamente fissata a 60 anni): se così fosse, a breve-medio termine, l’età media effettiva di quiescenza diventerebbe maggiore per gli uomini che per le donne. Il fenomeno si accentuerebbe a regime, quando tutte le pensioni venissero calcolate con il criterio contributivo (a partire cioè dal 2035) e l’età pensionabile maschile si collocasse rigidamente sui 65 anni.

            Con tale differenza di 5 anni nell’età pensionabile fra generi, la speranza di vita residua, nella fase del ritiro dal lavoro di donne e uomini, coinciderebbe, ma il vantaggio femminile permarrebbe nelle pensioni ai superstiti e in qualche redistribuzione dei 65enni a favore delle 60enni precedentemente occupati. Inoltre, a quel punto le lavoratrici avrebbero una pensione ancora più sproporzionatamente modesta rispetto agli uomini, disponendo non solo di un meno elevato montante contributivo, in ragione di una vita di lavoro più discontinua, più breve e peggio retribuita, ma anche di un minore coefficiente di trasformazione, vista la maggiore aspettativa di vita media a 60 rispetto a 65 anni. Per converso, a quel momento diventerebbe ancora più squilibrato il rapporto pensionati/occupati nel comparto femminile rispetto al corrispondente maschile: prendendo in considerazione tutte le prestazioni pensionistiche, già oggi il primo tocca il valore di 1,2, il secondo quello di 0,67. Per tutti questi e per vari altri motivi, sono quindi favorevole a innalzare a regime l’età pensionabile femminile, adeguandola a quella maschile vigente, ma ridando a entrambe un intervallo di flessibilità, che c’era nel 1995 e però si è perduto nel passaggio dalla Dini alla Maroni.

          fiorella.kostoris@tin.it
          in collaborazione
          con Radio Radicale