Pensioni, il sì alla riforma divide le generazioni

30/06/2003





lunedì 30 giugno 2003

L’OSSERVATORIO

Pensioni, il sì alla riforma divide le generazioni

Le persone tra i 50 e i 60 anni più favorevoli agli incentivi per il ritiro dal lavoro I giovani votano anche le penalizzazioni

      Sulla riforma delle pensioni quasi tutti i governi – compreso quello attuale – si muovono con cautela. Non solo per la complessità del tema e per l’esistenza di precedenti dagli esiti contrastanti. Anche perché – come ha anche osservato Alesina sulla Stampa - proprio sulle pensioni si gioca una larga fetta di consensi. Per due motivi. Da un verso, si tratta di uno dei pochi temi politici vissuti direttamente dai cittadini, in quanto tocca, in un modo o nell’altro, la grandissima parte delle famiglie. E’ proprio su provvedimenti che producono effetti personali ed immediati, come le pensioni, il fisco, la regolamentazione del mercato del lavoro, assai più che su questioni "difficili" e "lontane" (come il conflitto di interessi o la riforma della giustizia) che gli italiani finiscono col formarsi – o col modificare – la loro opinione sull’esecutivo. In più, le persone con oltre 50 anni – cioè i più interessati alla questione – sono tante ed importanti. Già oggi esse costituiscono oltre il 40% dell’elettorato e, se i tassi di natalità rimangono immutati, ne finiranno col rappresentare presto la maggioranza assoluta. Qual è dunque la loro opinione – e quella del resto degli italiani – riguardo ad alcune delle proposte avanzate, come l’introduzione di incentivi per chi continua a lavorare anche dopo avere raggiunto il diritto alla pensione e/o di disincentivi per chi sceglie di ritirarsi in anticipo? Come su molti altri temi politici, gli elettori si dividono in tre categorie. La prima, che, al solito, rappresenta (per pochissimo) la maggioranza relativa è costituita da chi afferma di non avere un’opinione, di non saperne nulla. Sono solo pochi di meno, però, coloro che, al contrario, esprimono una posizione relativamente precisa a riguardo. Tra essi, la netta maggioranza – in particolare nella classe di età più interessata alla questione, quella tra i 50 e i 60 anni – predilige l’idea di introdurre degli incentivi. Ma è anche relativamente diffusa – specie sotto i 30 anni – l’ipotesi di varare sia incentivi che disincentivi (mentre l’idea di limitarsi a questi ultimi risulta assai poco popolare). C’è poi un terzo orientamento, meno esteso, ma comunque sostenuto da più di un italiano su cinque: non cambiare la situazione attuale, quantomeno con questi strumenti. Questa posizione vede comprensibilmente una presenza assai minore di giovanissimi, sino ai 30 anni. E, di converso, una adesione più accentuata delle classi di età più immediatamente coinvolte, dai 50 in su. Le quali si trovano dunque ad essere le più favorevoli e, al tempo stesso, le più ostili alle proposte di riforma in discussione (ciò che dipende, ovviamente, dalla minore incidenza delle risposte "non so"). Questa apparente contraddizione interna è spiegata in parte dall’orientamento politico. Che vede una più forte presenza di ostili all’introduzione di incentivi e/o disincentivi tra gli elettori del centrosinistra, ove essi costituiscono la maggioranza relativa. Anche se i contrari alla riforma sono presenti in gran numero – sia pure in misura inferiore – tra l’elettorato del centrodestra, specie, ancora una volta, tra gli ultracinquantenni. In definitiva, sia la classe di età, sia (specialmente) l’orientamento di voto contribuiscono a formare la differenziazione di opinioni sulle proposte di riforma delle pensioni. Che vedono l’approvazione di gran parte degli italiani. Ma anche la contrarietà di una quota significativa (ed influente) dei votanti per le forze di governo e (in misura ancora maggiore) di opposizione. Si riuscirà, ciò nonostante, a sbloccare i meccanismi attuali o occorrerà attendere il collasso dell’intero sistema?


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