Pensioni, il pressing dei sindacati

08/01/2010

Bonanni: più sgravi. Il calo di potere d’acquisto tocca anche gli ex manager.

Non si placa il pressing dei sindacati sulle pensioni: anche ieri il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ai microfoni del «Fatto del giorno» su Raidue ha ripetuto che «bisogna abbassare le tasse per lavoratori dipendenti e pensionati perché sono troppo, troppo alte e in maniera ingiustificata». Il sistema fiscale attuale «ha fallito» e oggi «non c’è riforma più importante di quella fiscale». Parole che hanno raccolto il plauso del segretario nazionale del Partito Pensionati, Carlo Fatuzzo. «Tutti i governi che si sono succeduti alla guida del Paese, da molti anni — ha detto Fatuzzo, ricalcando i discorso di Bonanni di due giorni fa — hanno avuto scarsa o nessuna attenzione per i pensionati, riducendoli nelle condizioni in cui oggi si trovano: difficoltà e povertà crescente, immiserimento delle pensioni e perdita progressiva del potere d’acquisto, per pensioni già da fame». «Taglio impossibile, qualche tempo fa il costo venne calcolato in 20-30 miliardi» ha risposto il viceministro dell’Economia, Giuseppe Vegas, attraverso le pagine de «Il Giorno». «Capisco le lamentele, ma non esiste un pasto gratis per tutti, come dice Guido Calabresi — ha aggiunto— quando andranno in pensione coloro che sono incappati nella riforma Dini prenderanno il 40% dello stipendio. C’è il problema di redistribuire tra le generazioni. A tutti piacerebbe aumentare le pensioni. Qualcosa è stato fatto per le minime ma andare oltre è difficile».
Insomma, anche se il premier Berlusconi ha già detto che il 2010 potrà essere l’anno della riforma fiscale, come ha ripetuto ieri il ministro Giulio Tremonti parlando con il «Messaggero», una via di uscita sul fronte delle pensioni sembra per ora molto stretta.
D’altra parte che l’interesse del «popolo» dei pensionati sia alto è fuori discussione. Anzi. In scia si sono subito messi anche i dirigenti che hanno lasciato il lavoro e che, certo, non rientrano tra le fasce basse della categoria. Secondo un sondaggio di Manager-Italia in collaborazione con ConfidirMit, la confederazione dirigenti pubblici e manager del terziario, anche i pensionati d’oro si sentono sconfortati dalla «perdita del potere di acquisto» del proprio assegno. Come mai? «Il pensionato che nel ’92 percepiva 4 milioni e 28 mila lire netti al mese— si legge nello studio — oggi percepisce 2.783 euro con una perdita di 473 euro netti al mese. Quello che nel 2001 percepiva 3.950 euro oggi ne ha 4.374 (-218). Il pensionato che nel 2004 percepiva 2.800 euro netti oggi ne prende 2.916 con una perdita di 161 euro». Il nodo non è nuovo. Fino al ’92 le pensioni venivano rivalutate sulla base degli stipendi. Da quella data in poi l’assegno è stato legato all’inflazione ma con sistemi perequativi che vanno a ridurne l’impatto sulle pensioni più alte. Ecco per esempio come è stato calcolato quel -473 euro: è la differenza tra il netto dell’ultima mensilità e l’importo rivalutato sulla base dell’indice Istat Foi, cioè calcolato come se fosse una pensione più bassa senza blocchi perequativi