“Pensioni” Il ministro spera nella sinistra

22/05/2007
    martedì 22 maggio 2007

      Pagina 11 – Primo Piano

      IL PROSSIMO NODO

        Previdenza, il ministro spera nella sinistra

          Padoa-Schioppa si attende atti di distensione dall’area radicale che ha «legittimato»

            Welfare moderno
            Il ministro vuole arrivare a un welfare moderno salvando i conti
            Damiano
            Anche il titolare del Lavoro è nella morsa Cgil-Rifondazione

              Sergio Rizzo

                ROMA — Tommaso Padoa-Schioppa non ignora la materia. Nella sua vita gli è capitato anche prima d’ora di condurre trattative sindacali, anche aspre. Ma mai, probabilmente, aveva dovuto fronteggiare una situazione come questa. Avvisaglie, è vero, ce n’erano già state. Per esempio, l’attacco irrituale e durissimo sferratogli dai sindacati interni del Tesoro sugli incentivi da distribuire nel suo ministero, avvenuto proprio nelle ore in cui si stava firmando l’intesa sul contratto degli statali. E seguito subito, il 6 aprile, da una sorprendente lettera di scuse: chiaro sintomo di un disagio avvertito dai segretari generali di fronte all’iniziativa dei loro colleghi di categoria.

                Un segnale, tuttavia, che non andava preso sottogamba, come forse è stato. A maggior ragione dopo la lettera di scuse. E se avessero avuto di fronte un tipo più malleabile del ministro dell’Economia, i sindacati non avrebbero forse nemmeno spinto la cosa fino a questo punto. Fino al punto, cioè, da costringere il premier Romano Prodi a scendere in campo per risolvere la situazione. Rimettendo in moto la macchina della politica.

                Perché la vera partita non è certamente quella del contratto degli statali. Ma quella delle pensioni. E trovarsi di fronte un Padoa- Schioppa messo all’angolo, indebolito all’interno del suo stesso governo, non sarebbe certamente la stessa cosa che dover fare i conti con un ministro dell’Economia inflessibile sui numeri. Se poi sono proprio i numeri a venir messi in discussione, ecco che il quadro è completo.

                Il braccio di ferro si sposta quindi sulla previdenza, come dimostrano le sempre più frequenti punzecchiature dei sindacati, e sul nodo, complicatissimo da sciogliere, dello scalone che il prossimo 31 dicembre, se non verrà modificato, farà salire l’età pensionabile da 57 a 60 anni.

                Il ministro del Lavoro Cesare Damiano si è esercitato a lungo su questo rompicapo, sostituendo lo scalone con gli scalini, ammorbidendo l’impatto della revisione dei coefficienti. Senza però potersi illudere di non avere due spine nel fianco. La prima è la Cgil, organizzazione sindacale nella quale ha militato a lungo, e dove la componente più sensibile alle sirene della sinistra sinistra non è affatto marginale. La seconda è Rifondazione comunista, che insiste perché lo scalone venga abolito e basta.

                Ma è inutile dire che in tutta questa partita il vero rebus da sciogliere è la compatibilità finanziaria di qualsiasi operazione. Perché se la grana del contratto degli statali si può risolvere mettendo sul tavolo un po’ di quattrini , ma nemmeno troppi, l’abolizione dello scalone potrebbe mettere seriamente in difficoltà a regime i conti dello Stato. E qui torna in gioco Padoa- Schioppa. Il ministro dell’Economia si è già attirato le critiche preventive dei sindacati. Sono state sufficienti poche parole sul fatto che egli consideri in equilibrio il sistema a normativa vigente per scatenare un violento fuoco di sbarramento.

                Eppure tutti sanno come la pensa: ha avuto modo di spiegarlo, in privato e in pubblico, ai leader sindacali e ai suoi colleghi di governo. La sua tesi è che il Paese, dopo aver superato di slancio lo scoglio del risanamento, ha di fronte una grande occasione per dotarsi di un welfare moderno senza per questo scassare i conti dello Stato. Padoa-Schioppa lo ha ripetuto anche domenica sera al vertice di governo. Ma il terreno è insidioso. Da Rifondazione comunista, dopo la sconfitta elettorale in Sicilia, è arrivata nei sui confronti l’accusa di aver messo in difficoltà la coalizione con le dichiarazioni sulle pensioni. È vero che il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero, l’unico al governo per il partito di Franco Giordano e Fausto Bertinotti, se n’è rimasto prudentemente in silenzio. Ma anche questo è un segnale da non trascurare.

                La trattativa sulle pensioni, tuttavia, potrebbe riservare sorprese proprio sul fronte della sinistra radicale. Nelle diverse interviste rilasciate a giornali stranieri in questi mesi, Padoa-Schioppa ha sempre sottolineato il fatto che la sinistra sinistra, in Italia, non era mai stata al governo prima d’ora. Eppure ci sta. Quasi a voler mettere con questa sottolineatura l’accento sul travaglio profondo che questa parte politica ha dovuto attraversare per fare una scelta del genere. Messaggio non a caso spedito all’estero, dove si presume che sia maggiore l’incomprensione per la convivenza nel governo italiano di componenti molto moderate ma anche molto radicali, anche di fronte al fatto che queste seconde abbiano poi accettato una Finanziaria durissima e perfino votato la missione militare in Afghanistan. E dove, all’estero, la faccia dell’ex banchiere centrale si presuppone rappresenti una solida garanzia.

                Non sarà lo «sdoganamento» della sinistra radicale a evitare al ministro forti pressioni e attacchi ancor più duri. Ma, in cuor suo, forse Padoa-Schioppa spera che il senso di responsabilità prevalga, rovesciando una tradizione purtroppo inveterata per lo Stato italiano: quella secondo cui i soldi di tutti sono i soldi di nessuno.