Pensioni, il governo apre sullo «scalone» del 2008

08/10/2003


08 Ottobre 2003

LA MAGGIORANZA CERCA IL DIALOGO E PROVA A RICOMPATTARSI. BUTTIGLIONE: STIAMO AGLI ACCORDI PRESI, MA TUTTO SI PUÒ RIDISCUTERE

retroscena
Roberto Giovannini

Pensioni, il governo apre sullo «scalone» del 2008
Baldassarri: non si può passare in una notte da 35 a 40 anni di contributi
La riforma potrebbe partire da subito. Coi sindacati i rapporti restano tesi

ROMA
NON piace davvero a nessuno, il cosiddetto «scalone» che dal 2008 si ergerà di fronte ai lavoratori italiani con meno di 40 anni di anzianità. Si tratta del nome in gergo per l’improvviso innalzamento – da 35 a 40 anni – del requisito minimo per la pensione anticipata che scatterà alla mezzanotte del 31 dicembre del 2007, separando i fortunati (che oltre alle regole più generose godranno persino del superincentivo salariale) dagli sfortunati che dovranno lavorare per altri cinque duri anni se non vogliono ricevere un assegno seccamente diminuito di valore. Così stabilisce oggi il testo della riforma delle pensioni varato dal governo, ma sono gli stessi esponenti dell’Esecutivo e della maggioranza ad ammettere che questo «scalone» è troppo duro. Ieri ne ha parlato di nuovo il viceministro dell’Economia Mario Baldassarri, ma il clima dei rapporti con i sindacati resta pessimo. Anche perché per il centrodestra l’eliminazione dello «scalone» dovrà comunque assicurare lo stesso effetto di risparmio alla riforma previdenziale.
Per Baldassarri, «il problema va affrontato, va discusso con le parti e risolto in una forma più equa. Non si può pensare che nella notte di Capodanno tra il 2007 e il 2008 avvenga questo improvviso salto. Buon senso avrebbe dovuto indurre e dovrebbe indurre le parti sociali e anche le varie parti politiche di maggioranza e di opposizione a predisporre un innalzamento dell’età di pensionamento più morbido e progressivo nel tempo». Per avere progressività, però, la riforma «dovrebbe partire da subito, dal 2004», ipotesi contro cui si sono schierati da tempo sia i sindacati che – soprattutto – la Lega. E di necessaria gradualità parlano anche il sottosegretario all’Economia, Giuseppe Vegas (Fi), il ministro delle Politiche Comunitarie, Rocco Buttiglione (Udc), e il sottosegretario al Welfare, Maurizio Sacconi (Fi): purchè, precisano i tre, si rispetti il risparmio preventivato. «Se ci sono misure diverse che permettono di raggiungerlo, per esempio eliminare lo scalino dal 2008 – dice Vegas – se ne può discutere». «Noi – sostiene Buttiglione – stiamo agli accordi presi in sede di governo e maggioranza, che prevedono la disponibilità a ridiscutere tutto con i sindacati purché si tenga conto degli obiettivi di risparmio. Una maggiore gradualità è un qualcosa su cui si può ragionare se il sindacato è intenzionato a farlo». Mentre Sacconi assicura: «Abbiamo sempre detto di essere disponibili a correggere la riforma delle pensioni, purché l’effetto finanziario resti lo stesso».
Vero è che in questa fase a Cgil-Cisl-Uil la gradualità dell’entrata in vigore non interessa affatto. Non è un segreto per nessuno che già da settimane il ministero del Welfare aveva messo a punto una versione «graduata» dell’innalzamento del criterio contributivo da 35 a 40 anni, respinta al mittente dalle confederazioni. Non è un segreto per nessuno che nel corso degli incontri con Confindustria Maroni abbia rilanciato questa possibilità definendola come «suggerita dai sindacati» (che hanno seccamente negato). Alla fine, nella versione conclusiva, la riforma consente una scappatoia per evitare lo «scalone» e andare in pensione di anzianità con meno di 40 anni di contributi, però tutta a spese del lavoratore.
I sindacati respingono dunque le reiterate richieste del governo a «dialogare» sulla base del testo già varato. «Il confronto sulle pensioni è possibile solo se il governo si dichiara disponibile a cambiare la riforma», spiega il segretario generale della Uil, Luigi Angeletti, che aggiunge: «se non è così, è inutile continuare a parlare di dialogo». «Profferte senza fondamento», le definisce il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, convinto che il governo ha fatto di tutto per non volere il dialogo. «Non si può suonarcela e cantarcela e poi chiedere a noi di dialogare – afferma il segretario generale della Cisl Savino Pezzotta – o si crea una condizione diversa o noi andiamo avanti». E se il vicepremier Gianfranco Fini accusa i sindacati di aver proclamato uno sciopero politico, Cgil, Cisl e Uil replicano seccamente. «Lo sciopero è contro le scelte sbagliate del governo», dice Epifani; lo sciopero del 24 è fatto «per ragioni puramente sindacali», anche se vuole contrastare una politica del governo, afferma Pezzotta; «non punta a far cadere il governo, sulle pensioni c’è un problema di merito», conclude Angeletti.
E intanto, cambio (annunciato) al vertice in casa Cgil. Ieri il direttivo del sindacato di Epifani ha eletto (con l’83% di consensi) un nuovo segretario confederale, il ligure Mauro Guzzonato, ex leader del sindacato dei chimici. Guzzonato occuperà la «strategica» poltrona di segretario organizzativo, fin qui occupata da Carlo Ghezzi, che abbandona per scadenza del mandato di otto anni vigente in Cgil. Ghezzi sarà a breve nominato presidente della Fondazione Di Vittorio, non appena Sergio Cofferati formalizzerà le sue dimissioni.