Pensioni: i sì e i no che bisogna dire (N.Cacace)

06/10/2003




06.10.2003
Pensioni: i sì e i no che bisogna dire
Un’opposizione di governo ha il dovere di
indicare le strategie che seguirebbe per la
riforma del Welfare e del mercato del lavoro
Nicola Cacace


Alcuni amici dell’Ulivo, intellettuali e politici, intervenendo sulle pensioni, hanno sostenuto la tesi che «non basta dire No» e che
una sinistra di governo deve anche dire come essa risolverebbe il problema reale, il peso crescente della spesa pensionistica, la famosa
“gobba” che avrà il massimo nel 2010. Non condivido la tesi di una
opposizione consulente del governo che avrebbe l’obbligo di offrire
formule operative per risolvere i problemi, ma neanche quella di
una opposizione che dice solo No. Penso che una opposizione di governo abbia il dovere di indicare le politiche e le strategie che seguirebbe nel quadro di un programma complessivo di riforma del Welfare e del mercato del lavoro.
Senza scendere in dettagli operativi, non avendo neanche tutti i dati aggiornati e non competendo ad essa, soprattutto in casi come questo che vedono i sindacati agenti contrattuali in prima persona. Esporrò i miei Sì ed i miei No, senza pretese di verità assolute e di completezza, con elementi che molti Media italiani trascurano.
Solidarietà: chi la paga?
È vero che la spesa pensionistica italiana è, in percentuale del Pil, superiore di un paio di punti alla media dell’area Euro, per l’Italia 13,5% nel 2002 e, secondo i calcoli ufficiali, 16,5% nel 2010 per ridiscendere al 13% nel 2050. Altri paesi come i quattro scandinavi, la Francia, la Germania, l’Austria, l’Olanda hanno spese pensionistiche pari o superiori ma non è questo il punto. Il punto, anzi i punti, sottovalutati dai Media, talvolta anche a sinistra sono due.
a) Nessun paese carica come l’Italia, su soli 10 milioni di lavoratori dipendenti il costo della solidarietà per 6 milioni di contadini, artigiani e commercianti, che versano contributi inferiori, costo che andrebbe semmai coperto con fiscalità generale e non pensionistica. Nessun paese finanzia l’80% dell’assistenza – chè tale è il sistema delle pensioni minime di chi, nella sua vita, non ha versato contributi sufficienti- con la spesa pensionistica e non con la fiscalità generale. Se un governo di centrodestra vuole seguire una politica di riduzione delle tasse e della loro progressività, incompatibile con i principi di solidarietà che pure declama a parole pretendendo di far pagare solo a 10 milioni di lavoratori i costi di una solidarietà che riguarda 22 milioni di lavoratori, se non 57 milioni di cittadini, trovo naturale che sindacati rappresentanti di quei lavoratori ed opposizione governativa
che si batte, non solo a parole, per una equa ripartizione dei redditi
prodotti, dicano un No netto al peggioramento di un sistema già abbastanza iniquo.
b) Se la spesa pensionistica italiana è di poco superiore alla media europea è anche vero che la spesa sociale italiana è nettamente inferiore alla media europea e questo aggrava le condizioni di vita di una classe lavoratrice che, quando si trova in condizioni di bisogno, per disoccupazione, sottoccupazione o povertà, pur pagando le tasse al centesimo, non ha altri mezzi se non i propri, quelli che la riforma delle pensioni varata dal governo tende a peggiorare e non di poco.
In sostanza se è vero, come ha detto la Commissione governativa presieduta dal sottosegretario Brambilla che i conti previdenziali erano a posto sino al 2005, le vie per ridurre i sovracosti previsti tra il 2005 ed il 2015 passano per una graduale, sottolineo graduale, perequazione dei contributi delle categorie oggi favorite, artigiani, commercianti, etc. e/o per uno spostamento dei costi dell’assistenza
verso la fiscalità generale, essendo ingiusto accollare la solidarietà
per 57 milioni di cittadini ai soli lavoratori dipendenti, 16 milioni, anzi
10 se si escludono i dipendenti a contribuzione ridotta.
Maastricht: hanno già dato.
Dal 1993 al 2001 l’Italia ha drasticamente adattato i suoi disastrati conti pubblici per entrare nell’euro ma pochi hanno fatto la contabilità analitica di quella impresa: mentre in quegli otto anni gli italiani hanno pagato meno tasse, essendo la pressione fiscale complessiva passata dal 45,2% al 44,2% del Pil, i lavoratori dipendenti, pur essendo aumentati da 14,6 milioni a 15,5 hanno visto calare di ben 3,3 punti il peso del loro monte retribuzioni nel Pil (al costo dei fattori, cioè prima delle tasse). 3,3 punti del Pil sono pari a 70mila miliardi di lire del 2001, cioè 4,7 milioni di lire persi nel 2001 mediamente da ciascuno dei 15 milioni di lavoratori dipendenti, con una stima della somma complessiva persa negli otto anni di circa 21 milioni pro capite, somma che non avrebbero perso se la redistribuzione del reddito fosse stata più equa tra salari, profitti e rendite. Poiché gli investimenti non sono neanche aumentati particolarmente in quegli anni non è neanche possibile attribuire la iniqua redistribuzione ad una più alta intensità di capitale delle combinazioni produttive. Si è trattato semplicemente di una strategia che governi di centrosinistra hanno seguita ed i sindacati responsabilmente accettato – concertazione sindacale con aumenti salariali limitati all’inflazione
con la pratica rinuncia ai frutti della produttività – come via obbligata, o quasi, per riuscire nell’impresa impossibile di agganciare l’Europa.
In sostanza il salto di qualità necessario all’Italia per arrestare il declino economico ha bisogno di una politica delle risorse più incentrata sull’uomo, la formazione continua, l’innovazione, la flessibilità senza precarietà, su cui insisteva molto lo stesso prof. Biagi nel suo progetto (parte del tutto ignorata dalla riforma) anziché della politica dei bassi salari e della angoscia permanente, causa dell’incertezza, del calo dei consumi e della bassa crescita economica di questi anni.
Totalizzazione dei contributi: in pensione a 80 anni?
Americani in pensione ad 80 anni. È’ il titolo di un articolo di Ennio Caretto sul Mondo (ultimo numero) a commento di un’indagine dell’Aarp, una delle più potenti associazioni degli anziani d’America, che spiega come per il crollo delle azioni e la continua riduzione del Welfare gli americani devono allungare la vita attiva per pagarsi pensioni e sanità. Flessibiltà record: a 31 anni ha cambiato lavoro 37 volte. È il titolo in prima pagina del Corsera ( 4 ottobre) che illustra il caso del tecnico elettronico Marco Tinto, caso limite si dirà, ma espressione di una precarietà sempre più diffusa tra i giovani,
che aumenterà quando entrerà in vigore la recente legge 30 sui contratti a progetto, in coppia ed a chiamata e la nuova legge sulle pensioni. Certo, la mobilità e la flessibilità sono connaturate
ad epoche di veloci trasformazioni come la nostra, ma c’è un
ma: la totalizzazione dei contributi per gestioni diverse (co co co, part
time, etc.) inferiori ai cinque anni oggi è difficile quando non impossibile. Perciò l’età contributiva assume più importanza dell’età anagrafica. È perciò necessario, prima di ogni riforma, eliminare le assurde barriere normative attuali e consentire la totalizzazione dei contributi versati in ogni tipo di lavoro. Altrimenti i giovani di oggi non vedranno la pensione neanche a 70 anni.
Incentivi per i vecchi, decontribuzione per i giovani: che
faranno le imprese?
Il progetto di riforma Berlusconi contiene due norme in netto conflitto
tra loro, un super bonus per chi accetta di lavorare sino al 2007 pur
potendo andare in pensione d’anzianità prima e la decontribuzione per i neo assunti. L’unica norma apertamente criticata dalla Confindustria è quella degli incentivi per gli anziani che, pur non costando niente agli industriali mette in grave imbarazzo la politica di ringiovanimento che le prevista dalla riforma delle pensioni. Infatti la politica di «smaltimento» degli ultracinquantenni che altri paesi europei combattono con la formazione permanente (i Call Center scandinavi sono pieni di anziani) e gli italiani con il prepensionamento (più del 50% delle pensioni d’anzianità serve a tale scopo) potrebbe venire ostacolata dall’eventuale desiderio di qualche anziano di guadagnare il 30% in più per 4 anni. Poiché è difficile capire la ratio complessiva
delle due norme, è anche difficile criticarle in positivo.
Gradualità e mannaia del 2008.
Nessuna riforma dovrebbe essere più graduale come quelle che toccano nel vivo la vita ed i progetti degli uomini. I paesi europei che tra gli ultimi hanno proceduto a toccare il sistema pensionistico l’hanno fatto insieme all’intero Stato sociale e soprattutto con grande gradualità. La Germania ha aumentato l’età pensionabile di un mese ogni anno, Maroni e Tremonti l’aumentano di 5 anni in 24 ore.
In conclusione queste proposte di riforma delle pensioni sono da rifiutare perché tendono a perpetuare e peggiorare un sistema di distribuzione del costo della solidarietà troppo sfavorevole ai lavoratori dipendenti, perché non riduce le sperequazioni di contributi previdenziali tra categorie, perché non sancisce la totale fruibilità
dei contributi versati in condizioni professionali e contrattuali diverse,
perché pretende di far cassa risolvendo i problemi del deficit e
del debito, problemi dell’intero paese, spremendo i soliti «fessi», perché dal 2008 elimina il principale «ammortizzatore sociale», l’unico utilizzato sinora per le ristrutturazioni aziendali, le pensioni d’anzianità, perché infine, negando le esigenze di gradualità sempre necessarie quando si tocca la vita e la «carne» degli uomini, fissa una data palingenetica, il 2008. Sono sicuro che il movimento sindacale e politico avrà la forza di far fare al 2008 la stessa fine di un’altra cifra, quel 18 dell’articolo famoso che, dopo una battaglia campale promossa dalla Confindustria a Parma ed incautamente sposata dal presidente Berlusconi nel suo programma elettorale è ingloriosamente finita nel dimenticatoio.