Pensioni, i contributi ne pagano tre quarti

11/03/2002


1) Pensioni, i contributi ne pagano tre quarti

2) Il «retributivo» resisterà anche nel 2050

Previdenza – Dai dati della Commissione Brambilla emerge che la forbice s’allarga: in vent’anni disavanzo di 455 miliardi di euro
Pensioni, i contributi ne pagano tre quarti
Era il 1978. Al ministero del Lavoro sedeva Vincenzo Scotti. L’imperativo d’obbligo era: riformare le pensioni. Non che i conti non fossero in ordine. Ma era chiaro che le cose potevano solo peggiorare. E così, infatti, è stato. Da allora, per vedere i primi rigorosi interventi in materia sono passati 17 Governi, altrettanti ministri e 14 anni. Nel frattempo i contributi versati dai lavoratori attivi non erano più in grado di coprire la spesa necessaria per pagare le pensioni. Anzi, la forbice andava sempre più allargandosi. Tanto che il disavanzo accumulato in 20 anni, dal 1980 al 1999, ha raggiunto quota 455 miliardi di euro. Una cifra che, tradotta nelle vecchie lire in circolazione nel periodo, fa ancora più effetto: si tratta, infatti, di 882mila miliardi. A certificare le perdite è stata la Commissione Brambilla (dal nome del sottosegretario al ministero del Welfare, Alberto), nel lavoro consegnato all’attuale ministro, Roberto Maroni, per verificare i conti della previdenza e decidere, poi, le eventuali correzioni. Anche se le relative tabelle (con tanto di check up regionale) non sono finite nel rapporto conclusivo. Mantenere quelle che la Commissione ministeriale ha definito «le promesse del passato», soprattutto le pensioni di anzianità e le baby pensioni del pubblico impiego, è costato tanto in tutte le Regioni italiane. Al Sud, in particolare, ma anche altrove. La Sicilia è la Regione che, nei vent’anni considerati, ha fatto registrare il disavanzo più elevato con quasi 80 miliardi di euro. Quindi la Campania (-64 miliardi di €), la Puglia (-61,8) e la Calabria (-41,9). Nella classifica sono solo due le regioni che, al contrario, hanno fatto registrare un saldo attivo. Si tratta della Lombardia (più 26,7 miliardi di euro, ma sono in diminuzione) e il Lazio (più 6,5 miliardi). Per il resto la spesa per le pensioni è cresciuta molto più delle entrate contributive. Lo dimostra un altro dato desunto dalla tabella "segreta" della Commissione Brambilla. Mentre nel 1980 la percentuale di contributi che entravano nelle casse degli enti previdenziali rispetto alle uscite per pagare le pensioni era del 90,5%, venti anno dopo quel rapporto è sceso al 74,2 per cento. Significa, in pratica, che i versamenti contributivi coprono a mala pena i tre quarti della spesa necessaria per la liquidazione delle prestazioni. Anche quel rapporto percentuale varia a seconda delle aree geografiche. È positivo in due regioni del Nord-Est, Veneto e Trentino Alto Adige, dove si colloca rispettivamente a quota 103,6 e 101,3. È in pareggio nel Lazio (100), ma poi diventa negativo in tutto il resto d’Italia. In Lombardia (98,6), in Emilia Romagna (84,7), in Piemonte (79,4), nelle Marche (74,7) e poi giù nelle altre Regioni. Fino, ancora una volta, a quelle del Sud. Fino alla Calabria, in particolare, dove i contributi versati dalla popolazione attiva coprono soltanto poco più di un quarto della spesa necessaria per pagare le pensioni (26,6). Le cose vanno appena appena meglio in Sicilia (32,7), Puglia, 37,4), Basilicata (39,4) e Campania (40,6). Chissà cosa sarebbe stato, poi, se nel ventennio preso in considerazione dalla Commissione Brambilla non fossero state emanate, in particolare, due riforme. Quella del Governo Amato del ’92, in primo luogo, che a tutt’oggi è riuscita ad assicurare al sistema i maggiori risparmi attraverso la revisione del meccanismo di perequazione automatica, il graduale innalzamento dell’età pensionabile (da 55 a 60 anni le donne e da 60 a 65 gli uomini) e dei requisiti contributivi (da 15 a 20 anni per tutti), nonché tramite la previsione di un più rigoroso sistema di calcolo delle pensioni. E poi quella del Governo Dini del ’95, che ha reso più rigorosi i requisiti per le pensioni di anzianità e da cui è in pratica partita l’armonizzazione dei diversi regimi previdenziali, con la fine di molti dei vecchi privilegi riservati ai dipendenti delle pubbliche amministrazioni anche grazie agli interventi successivi del Governo Prodi.
Marco Peruzzi

Lunedí 11 Marzo 2002

Il «retributivo» resisterà anche nel 2050
Mezzo secolo non sarà sufficiente a seppellire il sistema di calcolo retributivo delle pensioni, quello, cioè, che considera soltanto gli ultimi stipendi. Nel 2050, infatti, ancora il 5% dei pensionati Inps sarà titolare di un assegno calcolato in quel modo. Nello stesso periodo il 42% dei pensionati avrà invece un trattamento contributivo: si tratta del metodo di calcolo, introdotto dalla riforma Dini, che considera i versamenti effettuati durante l’intera vita lavorativa. E più della metà dei pensionati, invece, avrà una pensione mista retributivo-contributivo.

Lunedí 11 Marzo 2002