Pensioni, governo confuso

09/12/2003



      09 Dicembre 2003
      Pensioni, governo confuso
      Maroni parla di incontro, ma senza inviti. Fini bacchetta. Tremonti accelera nell’ombra
      Il mistero della riunione Il ministro del welfare annuncia l’incontro per domani. Ma fino a ieri sera nessun sindacato aveva ricevuto la convocazione. I sindacati: Maroni ritiri la delega


      PAOLO ANDRUCCIOLI


      Convocazione a mezzo stampa. E’ la tecnica usata dal ministro del welfare Roberto Maroni per anticipare l’incontro con i sindacati sulle pensioni. L’appuntamento dovrebbe essere fissato per domani, ma ci tocca usare il condizionale perché fino a ieri (giorno di festa) nessun sindacato aveva ancora ricevuto la convocazione formale. «Domani (oggi per chi legge) andremo in ufficio e verificheremo se sono arrivati fax o telegrammi di convocazione», ci ha detto ieri il segretario confederale della Uil, Adriano Musi. Stessa informazione da Morena Piccinini, segretaria confederale della Cgil: «Fino a questo momento non ci risultano convocazioni formali. Inizialmente la riunione era stata fissata per giovedì, poi si è saputo dai giornali della volontà di anticiparla a mercoledì, ma nessuno ci ha chiamato. Neppure al segreratario generale Epifani risultano convocazioni o inviti telefonici». E la Cisl? «Noi attendiamo la convocazione ufficiale – dice Pier Paolo Baretta – finora non si sono capite le reali intenzioni del governo, soprattutto dopo le dichiarazioni di sabato». L’incertezza – tanto per cambiare – regna dunque sovrana. E la prima incertezza si riscontra all’interno della stessa maggioranza di governo. L’iniziativa del ministro Maroni potrebbe essere infatti uno degli ultimi tentativi di quella parte «dialogante» di rompere il fronte sindacale. Maroni, infatti, ha sottolineato con forza nell’intervista a
      Repubblica di domenica il ruolo «politico» giocato dalla Cgil e ha lanciato vari messaggi alla Cisl e alla Uil affinché si ravvedano e decidano di stringere una intesa con il governo, magari sulla base di un compromesso sulla delega previdenziale. Il tentativo di Maroni si scontra però con una compattezza di Cgil, Cisl, Uil che non era data per scontata alla vigilia di questa nuova puntata della lunga telenovela previdenziale. Ieri il segretario generale della Cisl, Savino Pezzotta, ha ribadito che il sindacato ha vari strumenti a sua disposizione, ma che non si escludono altri scioperi contro la riforma delle pensioni se il governo dovesse decidere di andare avanti sulla sua strada. «Aspettiamo la convovazione formale del ministro Maroni – ha ribadito Pezzotta – se c’è, ci andremo, anche per verificare se vuole un confronto vero, oppure se è uno dei soliti incontri dove non ci ascoltano nemmeno». Il segretario della Cisl ha spiegato anche che il sindacato non accetterà scorciatoie e che non cadrà nella trappola del governo. «Se Berlusconi e Tremonti – ha dichiarato Pezzotta a Repubblica - dopo essere passati dal dialogo sociale al monologo televisivo, pensano di metterci in un angolo e farci fare la fine dei sindacati americani e inglesi ai tempi di Reagan e della Thatcher si accorgeranno a loro spese che questo in Italia non è possibile».

      Queste dichiarazioni e quelle rilasciate sabato davanti a una piazza San Giovanni stracolma, fanno ben sperare sulla tenuta unitaria dei sindacati. Il segretario della Uil, Luigi Angeletti non si è risparmiato in giudizi pesanti contro la delega e contro i ministri. «Solo un demente – è stata per esempio una delle sue espressioni – può aver architettato una misura come quella dei 40 anni di contributi». Se questo è il quadro sindacale, meno chiaro appare lo schieramento politico. In ballo a questo punto ci sono due tattiche ben distinte: o il governo decide di andare allo scontro diretto spinto dall’urgenza di realizzare comunque la riforma (prima di arrivare troppo a ridosso delle elezioni), oppure vince la linea del confronto per arrivare a un qualche compromesso dai contorni molto nebbiosi. Secondo Pier Luigi Bersani, responsabile economico dei Ds, il governo non ha più spazio per insistere su una riforma palesemente irrazionale, né per piccole tattiche di disturbo del sindacato. La conclusione di Bersani (che appare in sintonia con le parole di Ciampi) è che a questo punto «bisogna fare un tavolo vero per avviare un percorso di verifica della riforma Dini, la più intelligente che ci sia in Europa».

      Capiremo quindi nelle prossime ore quale sarà la linea scelta dal governo, soprattutto dopo la dichiarazione di Gianfranco Fini («non cederemo alla piazza»). La chiave per poter prevedere i prossimi sviluppi sta in quella riunione dell’Ecofin durante la quale Tremonti ha contribuito attivamente a far saltare i parametri di riferimento. Bisognerebbe capire cioè se in quell’occasione Tremonti ha firmato una qualche cambiale (naturalmente virtuale). Se cioè l’allentamento dei vincoli si traduce in un possibile cestinamento della riforma, o al contrario in una sua accelerazione. E vedremo anche quanto pesa – nella coalizione – la volontà di Maroni. La sua convovazione – infatti – deve tenere conto anche di un altro piccolo particolare: era stato Berlusconi a prendersi direttamente la responsabilità della riforma. Il premier aveva annunciato una lettera per spiegare agli italiani la nuova riforma. Per ora non si è vista né la lettera, né la riforma.