Pensioni, governo ancora diviso

05/09/2003

venerdì 5 settembre 2003
 
Pagina 8 – Economia
 
 
Pensioni, governo ancora diviso
Anzianità, la Lega frena. D´Amato:"Fare cassa con la riforma"
          Tremonti per lo scatto unico nel 2008. Alemanno: "Serve il confronto con i sindacati"
          Maroni favorevole ad un aumento graduale a 40 anni della soglia sulla contribuzione

          LUISA GRION


          ROMA – Il punto ora è sui 40 anni di contributi come condizione essenziale per avere diritto alla pensione d´anzianità. Dopo aver detto «sì» agli incentivi per chi resta al lavoro dopo i 57 anni e «no» ai disincentivi per chi se ne vuole andare, al tavolo della riforma previdenziale proprio di questo si sta discutendo. E si discute molto se, commentando l´ottimismo di chi già dava l´accordo per fatto, ieri il ministro Buttiglione (che con Tremonti, Alemanno e Maroni è incaricato di preparare il piano di governo) ha consigliato di «non vendere la pelle dell´orso prima di averlo ammazzato».
          Sul fatto che a regime per avere diritto all´assegno d´anzianità si dovranno avere per forza 40 anni di contributi, pare che le diverse anime della maggioranza siano d´accordo. Il problema è decidere se l´innalzamento del termine debba avvenire in modo traumatico (tutto e subito) o gradualmente. Fatto salvo il milione di italiani che da qui al 2008 andrà in pensione di anzianità, il Tesoro sarebbe favorevole alla prima ipotesi: un solo scalino di cinque anni dal 2008 (oggi il minimo contributivo è di 35 anni per 57 di età). La Lega punta i piedi per un´arrampicata morbida: si aumenti un anno di contributi ogni due di calendario arrivando all´obiettivo finale (i 40 anni) nel 2018. Scontro non da poco, tanto che fra le ipotesi in campo ci sarebbe anche una «terza via» che porterebbe al raggiungimento del risultato in un periodo compreso fra 2008 e 2018.
          La questione è aperta – e ancor di più è aperto il dibattito sul come reperire le risorse per la Finanziaria – e la tirata d´orecchie fatta da Buttiglione ai colleghi ha sortito i suoi effetti. Ieri sia Maroni che Alemanno, rivolgendosi ai sindacati, li hanno invitati a stare tranquilli e a non seguire le indiscrezioni emerse. «Siamo vicini ad un accordo e non appena lo avremo raggiunto apriremo il confronto con le parti sociali, la proposta non sarà blindata» ha detto il responsabile del Welfare. «Per ora non si può parlare di accordo sulle pensioni, ma solo di schiarita, serve il confronto con il sindacato» ha confermato il ministro delle Politiche agricole. Ma poi alle sue rassicurazioni ha aggiunto una frase che ha fatto scattare la polemica di Confindustria. Con la riforma – ha detto Alemanno – «non faremo cassa». Parole che a D´Amato, leader degli imprenditori, non sono piaciute. «I soldi per gli investimenti si devono pur prendere – ha detto – fare cassa con le pensioni non è disdicevole». Quanto all´«involucro» da scegliere per contenere la nuova previdenza Confindustria smentisce la Lega: «La riforma deve essere fatta velocemente, e perchè no, anche in manovra».
          Per opposti motivi, al di là delle imprese, il telaio che si va delineando, accende anche la protesta di sindacati e opposizione. «Vogliono distruggere la riforma Dini, ma non si illudano, la gente tornerà in piazza» dicono alla Cgil. «Il governo fa il gioco delle tre carte – afferma la Turco dei Ds – Fa credere di aver trovato un accordo che non c´è e dice che non taglierà quando non ha ancora chiarito come reperire i 5500 miliardi di euro relativi ad interventi strutturali del Dpef». E Letta della Margherita avverte: «Il modo in cui l´esecutivo si muove è sbagliato, ci sarà una fuga dal lavoro».