Pensioni, ecco perché bisogna tagliarle

29/03/2007
    29 marzo 2007 – Anno XLV N.13

      Pagina 110 e 111 – Economia/Il nostro tempo

      Pensioni, ecco perché bisogna tagliarle

        PREVIDENZA – L’economista della Banca d’Italia Morcaldo ha analizzato la riforma Dini e le ipotesi di revisione. Risultato: è inevitabile la riduzione delle prestazioni.

          di Edmondo Rho

            Serio allarme sul futuro delle pensioni. Il metodo contributivo, così come è stato introdotto in Italia dalla riforma Dini del 1995, porta a uno squilibrio permanente tra contributi e prestazioni. Questa è la tesi di fondo di un documento elaborato da Giancarlo Morcaldo, economista della Banca d’Italia. Le conclusioni del suo studio cadono nel bel mezzo del confronto, iniziato il 22 marzo, tra governo e sindacati.

            Lo studio si intitola «Pensioni: necessità di una riforma» e contiene molti elementi di preoccupazione, ma anche nuove proposte lanciate da Morcaldo, direttore centrale per l’alta consulenza economica della banca centrale ed ex direttore dell’ufficio studi di via Nazionale. Il paradosso è che mentre Cgil, Cisl e Uil contestano al governo la revisione decennale dei coefficienti, un meccanismo previsto proprio dalla riforma Dini (che avrebbe dovuto scattare dal 2005 e, se applicato da quest’anno, porterebbe a una riduzione dal 6,5 all’8 per cento delle rendite pensionistiche a partire dal 2013), Morcaldo lancia un allarme proprio sui coefficienti. Lo studioso afferma che «tenendo conto sia delle modalità stabilite per la revisione decennale dei coefficienti, sia dei tassi di rendimento da utilizzare, le prestazioni in prospettiva eccederanno di circa un terzo l’ammontare che assicura l’equilibrio con i contributi».

            Secondo gli economisti, rischia di essere un freno allo sviluppo l’ulteriore aumento della spesa pubblica per mantenere 16 milioni di pensionati, tra cui 6 milioni di persone che vivono, in difficoltà, con la pensione minima. Ma lo studio di Morcaldo, presentato nei giorni scorsi all’Università di Roma, sostiene che lo schema della legge Dini non funziona: occorre una nuova riforma delle pensioni per trovare una soluzione che non comprometta la crescita economica e al tempo stesso salvaguardi il tenore di vita dei pensionati, specie di quelli a più basso reddito.

            Come la prendono i sindacati? «Se applichiamo solo i modelli matematici, ammazziamo l’Italia» afferma Domenico Proietti, segretario confederale della Uil e responsabile previdenza. «Si parla sempre di squilibrio, ma nella spesa pensionistica è compresa l’assistenza. Se si togliesse, saremmo poco al di sopra del 12 per cento del prodotto interno lordo» cioè in linea con quella degli altri paesi europei, secondo i sindacati. Aggiunge Morena Piccinini, responsabile previdenza della Cgil: «Sui coefficienti abbiamo fatto i conti, è allarmante che la Ragioneria dello Stato consideri normale andare in pensione sotto il 50 per cento dell’ultimo stipendio dopo 40 anni di contributi. Non c’è alcun dramma economico che giustifichi lo smantellamento dello stato sociale e un futuro in cui i nostri figli siano tutti poveri». E Proietti rincara: «Le proiezioni della Ragioneria sono al limite dell’intimidazione».

            Allora, come uscirne? Magari con un bel rinvio. Proietti ricorda che la riforma Dini «prevedeva anche l’avvio in contemporanea della previdenza complementare, che invece di fatto è partita solo quest’anno. I coefficienti si possono congelare e si può fare un ragionamento nel 2015». Mentre per quanto riguarda lo «scalone» introdotto dalla riforma Maroni, che innalza di colpo, dal 2008, a 60 anni l’età minima per andare in pensione, il responsabile previdenza della Uil sostiene che «oggi mediamente la gente va in pensione a 60,2 anni e quindi non c’è l’emergenza sull’età. Se si ragiona sugli incentivi la gente rimane volentieri a lavorare».

            Il rischio è che il confronto tra governo e sindacati si concluda con un nulla di fatto: il ministro del Lavoro Cesare Damiano, riformista dei Ds con una lunga militanza alle spalle nella Cgil, deve anche mediare tra le opposte esigenze di rigoristi e solidaristi nel governo. Da una parte, infatti, il ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa, dà per scontata la revisione dei coefficienti, dall’altra il ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero (di Rifondazione comunista) ha una posizione opposta. Piccinini della Cgil chiosa: «Chiediamo che il governo faccia una discussione al suo interno e trovi una posizione condivisa tra le ragioni del solidarismo e quelle del rigore».

            Un vicolo cieco? Alla fine, per uscirne potrebbe essere utile proprio il documento elaborato in Bankitalia. Infatti lo studio di Morcaldo ricorda che «in Svezia, dove si applica lo stesso schema pensionistico introdotto in Italia (peraltro con età di pensionamento più elevate), la rivalutazione dei contributi viene effettuata in base alla crescita media dei salari unitari. Il riferimento a questo parametro assicura uno stretto legame tra l’evoluzione delle entrate e quella delle uscite».

            Un tema su cui i sindacati sembrano disposti a ragionare. Morena Piccinini dice a Panorama: «Siamo gli ultimi interessati ad affossare la riforma Dini. Certo, era prevista una verifica dopo dieci anni, ma nel frattempo abbiamo avuto un precariato che non si poteva immaginare oltre a una frenata dei salari reali».

            Il punto vero è che, mentre si discute su come applicare la legge Dini, dallo studio dell’economista della Banca d’Italia emerge che quella riforma è tecnicamente fatta male perché ci sono tre fattori che «determineranno una eccedenza delle prestazioni rispetto ai contributi».

            Il primo fattore, sostiene Morcaldo, è «lo sfasamento temporale con cui i coefficienti di trasformazione vengono rivisti per tenere conto del progressivo allungamento della speranza di vita»: insomma, non è possibile operare la revisione ogni dieci anni, oltretutto contrattandola ogni volta con le parti sociali, anche perché ci vogliono quattro anni per elaborare le tavole consuntive di mortalità. Se si dovesse applicare oggi la revisione dei coefficienti, si farebbe sulle statistiche del 2003, fuorvianti perché ci fu quell’anno una maggiore mortalità a causa del caldo estivo record.

            Il secondo fattore di squilibrio, secondo Morcaldo, è «l’utilizzo di tavole di mortalità costruite per individui contemporanei di età differenti e non per generazioni di individui nati nello stesso anno»: in sostanza, si guarda l’aspettativa di vita del sessantenne di oggi anziché seguire nel tempo l’aumento dell’età media dei futuri pensionati.

            Terzo e più importante punto, secondo Morcaldo, «il ricorso a parametri impropri nelle formule attuariali e, in particolare, il riferimento, al fine del calcolo del montante dei contributi versati, all’aumento del prodotto interno lordo».

            E su questo i sindacati non sembrano distanti dall’economista della Banca d’Italia. Piccinini della Cgil polemicamente dice: «Nei prossimi anni, se ipotizziamo una crescita del pil del 2 per cento, i coefficienti dovrebbero essere rivisti non per abbassare le pensioni, ma per alzarle».

            In definitiva, lo squilibrio si potrebbe superare: in paesi come la Svezia il rendimento delle pensioni si calcola in base alla crescita media dei salari e la revisione della speranza di vita si fa ogni anno, non ogni dieci. Già, in Svezia…