“Pensioni, disincentivi all´anzianità”

25/02/2003

25 Febbraio 2003

 
 
Pagina 34 – Economia
 
 
Ecco il dossier di 250 pagine che il ministero presenterà oggi: la vita attesa per chi ha 55-60 anni si è alzata di oltre un quarto
"Pensioni, disincentivi all´anzianità"

Rapporto del Welfare: la riforma Dini non è più sufficiente
          Su cento anziani in età lavorativa solo 27 occupati rispetto a una media europea di 38
          RICCARDO DE GENNARO

          ROMA – Il ministero del Welfare «apre», per la prima volta, ai disincentivi per frenare le pensioni di anzianità. In uno studio su «Scelte lavorative e di pensionamento degli anziani in Italia», che verrà presentato oggi al Cnel dal sottosegretario Maurizio Sacconi, si dice infatti che le riforme pensionistiche degli anni Novanta, sono «poco efficaci rispetto all´obiettivo di innalzare sensibilmente l´età di pensionamento». Ai fini di «un sistema previdenziale efficiente e sensibile», che preveda «un´appropriata struttura di incentivi», sarebbe quindi preferibile affiancare – propone l´équipe coordinata da Bruno Contini, che ha redatto lo studio promosso dal Welfare – un sistema di disincentivi all´uscita, combinato con la libertà di scelta sull´età di pensionamento una volta raggiunti i requisiti minimi. E questo in forza del fatto che negli ultimi quattro decenni c´è stato un «considerevole allungamento della speranza di vita» alle età di uscita dall´attività lavorativa: «La vita attesa alle età di 55 e 60 anni – si legge nello studio di 250 pagine – è aumentata di circa un quarto per gli uomini e in misura anche maggiore per le donne».
          Di qui la possibilità, valuta il ministero del Welfare, di innalzare la soglia minima per la pensione, oppure di «spalmare» su più anni – con il risultato di «alleggerirlo» – il medesimo ammontare pensionistico. In sostanza, il ragionamento del Welfare è questo: la vita si è allungata, ma la spesa non può aumentare. Alcune valutazioni dell´équipe di studio, tuttavia, dimostrano che l´innalzamento della soglia minima incontrerebbe maggiori difficoltà rispetto all´ipotesi dei «disincentivi». Prova ne sia il fatto che, come si sottolinea più volte nella ricerca, la responsabilità di larga parte dei pensionamenti anticipati sarebbe spesso attribuibile non a una libera scelta del lavoratore, ma alla volontà del datore di lavoro.
          «Imprese in crisi, o in fase di ristrutturazione o che stanno per chiudere, tendono ad "eliminare" forza lavoro anziana ricorrendo, ad esempio, dove possibile, al pensionamento anticipato», sostengono i ricercatori. Per coloro che non hanno ancora i requisiti, ma che vengono coinvolti nel ricorso da parte dell´impresa agli ammortizzatori sociali, l´uscita dal lavoro si traduce comunque in un´uscita dall´occupazione e, quindi, in un avvicinamento «più o meno turbolento» verso la pensione anticipata. Dice Paolo Sestito, che fa parte dello staff del ministro Roberto Maroni: «I flussi di uscita dal mercato del lavoro non sono regolari, i percorsi che portano alla pensione sono spesso accidentati: molti lavoratori hanno una fase terminale della vita lavorativa piuttosto debole e precaria».
          Non è dunque frutto esclusivamente delle scelte dei lavoratori se nel 2000 in Italia a fronte di cento anziani in età lavorativa (cioè tra i 55 e i 64 anni) ne risultavano occupati solo 27, rispetto a una media europea di 38. Sono cambiati i costumi, oppure le imprese? Nello studio del Welfare si fa notare che dall´80 a oggi, mentre la popolazione con oltre 50 anni è aumentata del 27 per cento, gli occupati di questa fascia di età sono diminuiti del 2,7 per cento. All´Italia spetta il primato del più forte decremento dei tassi di occupazione degli anziani negli ultimi 10 anni: una flessione del cinque per cento a fronte di una media europea sostanzialmente stabile.