“Pensioni” Dini: «Senza accordo resterà lo scalone di Maroni»

15/01/2007
    lunedì 15 gennaio 2007

    Pagina 7 – Primo Piano

    Intervista
    Lamberto Dini

      «Senza un accordo
      resterà in vigore
      lo scalone di Maroni»

      Antonella Rampino
      ROMA

        Presidente Dini, dopo la pace siglata dall’Unione a Caserta, il primo fronte a riaprirsi è stato quello delle pensioni. Al centro, c’è la revisione periodicamente prevista e mai attuata dalla legge che porta proprio il suo nome. Sindacati e sinistre sono già sulle barricate. Che succederà?

          «Succederà che dovremo doverosamente mettere mano alla riforma delle pensioni, e non solo rivedere i coefficienti che servono a stabilirne l’entità, così come previsto dalla legge del 1995, e come il governo Berlusconi non ha fatto nel 2005, creando il cosiddetto “scalone”. Vede, il governo ha posto nel suo programma di abolirlo, ma nel Documento di programmazione economica e finanziaria, approvato dal Parlamento, ha aggiunto che quella previdenziale è la prima delle quattro riforme strutturali di cui il Paese ha bisogno».

            Un Dpef molto disatteso, e qualcuno dice perfino smentito, dalla successiva Finanziaria…

              «E’ così: ma al momento della Finanziaria i sindacati hanno preso l’impegno di avviare e concludere la riforma entro marzo. Adesso invece sono di tutt’altra opinione: sotto la spinta negativa della sinistra, hanno assunto un atteggiamento non costruttivo. Io ricordo che invece nel ‘95 tennero un atteggiamento di grande assunzione di responsabilità. Certo, i leader sindacali sono cambiati…».

                O forse adesso i nodi sono al pettine: si può non rivedere i coefficienti e annullare lo scalone, come chiedono le sinistre? O bisogna ridurre lo scalone a tanti scalini, come suggerisce il ministro del Lavoro Cesare Damiano?

                  «Guardi, la trattativa, non solo con i sindacati, non è ancora partita. Che dobbiamo rivedere i coefficienti è scritto in una legge, e se non si fa una qualche riforma, resta in vigore la legge Maroni, quella che prevede comunque l’aumento dell’età pensionabile a 60 anni a partire dal 2008. Il ministro dell’Economia lo disse subito, a Bruxelles, che il governo non avrebbe cancellato la Maroni. Dunque, se le sinistre non vogliono l’aumento dell’età pensionabile, bisogna riformare la legge. Credo che una linea lungo la quale procedere si possa individuare. Trovando un giusto equilibrio tra una modulazione nella revisione dei coefficienti e un parallelo, graduale innalzamento dell’età pensionabile».

                    Lunedì Prodi vedrà il presidente della Commissione europea Barroso, dopo che a settembre, in maniera abbastanza inusuale, Almunia aveva lasciato in sospeso il giudizio sulla sostenibilità del nostro sistema previdenziale. Pensa che ci saranno problemi con Bruxelles?

                      «Di certo l’argomento sarà nell’agenda dell’incontro. Perché il punto è proprio l’insostenibilità del sistema, che pesa sul Bilancio dello Stato per un valore pari al 14 per cento del Pil. Vedo che Rifondazione comunista dice che l’abolizione dello scalone costa 5 miliardi di euro, e che i soldi ci sono: ma dove, come? Aumentando l’Irpef? Tutto quel che si può fare è un pacchetto che introduca nuove equità e nuovi equilibri. E tra questi anche che l’età di andata in pensione sia la stessa per gli uomini e le donne. E’ un fatto di parità, e anche un vantaggio per le donne che adesso hanno 35, 40 anni. Come per gli uomini, se non si riforma il sistema chi oggi è ancora giovane non avrà una gran pensione, in futuro. Noto che in Germania già oggi si esce dal mondo del lavoro, uomini e donne, a 65 anni, altrimenti c’è una penalizzazione del 3,5 all’anno»

                        Le sinistre e i sindacati chiedono un sistema semmai di incentivi, e aumento delle pensioni minime, ammortizzatori sociali…

                          «Certo. Tutte cose che si devono fare, e che si potranno fare risistemando la previdenza italiana. Le pensioni minime sono una preoccupazione in più: vanno alzate anche perché pesano sull’autoequilibrio del sistema».

                            Prodi dice che forse la riforma non sarà pronta per il 31 marzo…

                              «Fosse anche per il 30 aprile, andrebbe benissimo».