Pensioni d’anzianità, è vietato parlarne

17/06/2002





Previdenza – Dopo la pausa di riflessione riprende a ritmo ridotto la discussione in Parlamento sul disegno di legge di riforma
Pensioni d’anzianità, è vietato parlarne
Un buco da 6,5 miliardi di euro che le future leggi Finanziarie dovranno in qualche modo riempire. Sarà questo l’effetto sui conti pubblici che procurerà, tra dieci anni, l’attuazione dal 2003 della delega previdenziale che riprende questa settimana il suo cammino in Parlamento. Lo ha calcolato voce per voce la Ragioneria generale dello Stato, contribuendo in questo modo a determinare prima lo stop dell’iter del disegno di legge, quindi le critiche all’interno dello stesso Governo (convalidate dalla stessa relazione tecnica) sull’opportunità di quella riforma. A sostenere con forza il provvedimento ci sono il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, i suoi più stretti collaboratori e il ministro del Welfare, Roberto Maroni. Preoccupati per i conti pubblici sono invece la Ragioneria generale dello Stato e la Banca d’Italia. Tremonti punta tutto sulla riforma del Tfr, sulla previdenza complementare e sulle cartolarizzazioni. Il suo obiettivo è di costruire effettivamente un solido secondo pilastro previdenziale e intervenire sul primo solo successivamente. Maroni, che condivide la linea Tremonti, si è più volte detto contrario a qualsiasi intervento sulle pensioni di anzianità. Che pure, come rilevato dal suo stesso ministero, costituiscono una delle cause principali dell’andamento negativo dei conti pensionistici. Da un recente studio del Welfare pubblicato nella Relazione sulla situazione economica del Paese emerge infatti che nei principali fondi e gestioni previdenziali dei lavoratori dipendenti il numero dei pensionati di vecchiaia è due volte superiore a quello dei pensionati di anzianità mentre la spesa per i due tipi di prestazioni è la stessa: a fronte di 27,9 miliardi di euro spesi ogni anno per 3,7 milioni di pensioni di vecchiaia, quei fondi e quelle gestioni ne destinano 27,2 per garantire 1,6 milioni pensionamenti anticipati. Ma la situazione, come certificato anche dal Cnel, potrebbe in futuro anche peggiorare: basti pensare che dal 1° gennaio 1996 a fine 2000 sono state liquidate, nel complesso, più di 1,2 milioni di nuove pensioni di anzianità. Un andamento preoccupante che la delega in Parlamento non prende però in considerazione. E così su quel provvedimento si sono concentrati i malumori della Banca d’Italia e le critiche esplicite della Ragioneria generale dello Stato. Che nella relazione tecnica al provvedimento ha elencato nel dettaglio tutti gli effetti che il disegno di legge e i decreti delegati, una volta approvati, potranno determinare. Tra gli oneri per lo Stato spicca in primo luogo la decontribuzione di 3-5 punti percentuali per i nuovi assunti. Un provvedimento che a regime (nel 2012) potrebbe costare – secondo la Ragioneria – 7,2 miliardi di euro. Cifra che i risparmi, che pure quel provvedimento determinerà, non saranno in grado di neutralizzare. Un bilancio positivo per i conti potrà essere raggiunto per esempio dalla «certificazione dei diritti». Quella disposizione punta a ridurre il ricorso al pensionamento di anzianità attraverso la garanzia nel tempo della posizione assicurativa già acquisita. La relazione della Ragioneria stima che solo un 4% degli aventi diritto potrebbe decidere di posticipare il pensionamento per il periodo medio di un anno. Ne deriverebbe una minore spesa pensionistica pari a 57 milioni di euro nel 2003 che salirebbe fino a 132 milioni nel 2012. Quindi, la «graduale abolizione» del divieto di cumulo tra pensioni e redditi. La relazione pronostica che «qualora la piena cumulabilità sia consentita solo se in possesso di requisiti di anzianità superiori a quelli minimi (ad esempio 58 anni di età e 37 anni di contributi)», dalla disposizione potrebbero derivare effetti positivi per la finanza pubblica nell’ordine di una cinquantina di milioni di euro all’anno. Né potrà compensare la perdita di gettito derivante dalla decontribuzione l’innalzamento dell’aliquota contributiva dei lavoratori parasubordinati non iscritti ad altre gestioni previdenziali. In questo caso, infatti, le maggiori entrate stimate fino al 2012 sarebbero pari a circa 2 miliardi di euro. Nel complesso, le maggiori risorse sarebbero pari a 3,7 miliardi di euro. Considerando le altri voci di spesa (si veda la tabella qui a fianco), il saldo della delega sarebbe però negativo per 6,5 miliardi. E così il dibattito va avanti questa settimana in commissione Lavoro alla Camera ma – come ha spiegato il presidente Domenico Benedetti Valentini – senza «ritmi incalzanti, perché il provvedimento non è previsto nel calendario dell’Aula a giugno. In ogni caso – ha aggiunto – non fisserò il termine per la presentazione degli emendamenti prima che il Governo torni in commissione a chiarire meglio alcuni aspetti del provvedimento».

a cura di Marco Peruzzi

Lunedí 17 Giugno 2002