“Pensioni” Damiano sposa la socialdemocrazia scandinava

29/01/2007
    lunedì 29 gennaio 2007

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    PENSIONI. LA LUNGA TRATTATIVA TRA PALAZZO CHIGI E SINDACATI

      Di Ettore Colombo

        Damiano sposa la socialdemocrazia scandinava

          Bocche cucite, atteggiamenti guardinghi e molto lavoro per gli sherpa, governativi come sindacali. La trattativa sulla riforma delle pensioni per ora non decolla e ognuna delle parti resta ferma sulle sue posizioni ma ciò non vuol dire che non sia in corso. Al ministero del Lavoro non si sbilanciano, ma una cosa è certa: sarà la riforma degli ammortizzatori sociali (e del welfare) «il suo fulcro», ripete da giorni il ministro del Lavoro Cesare Damiano. Non a caso, il tavolo si chiamerà proprio così, «del welfare» e la previdenza ne sarà solo uno dei capitoli, anche se il più scottante. Non sono solo i sindacati, però, a chiedere che il governo «parli con una voce sola», ma anche lo stesso Damiano: il ministro chiede con fermezza che sia Prodi stesso a intitolarsi la trattativa, definendone tempi e forme. Insomma, Rifondazione da una parte e liberali dall’altra (Bonino in testa) non devono giocare alla politica del «più 1»: una volta definita la posizione del governo, non potranno riaprire il punto di mediazione che si cercherà con il sindacato. Per rincorrerlo oppure per stopparlo. «Ci sarà il solito mega-tavolo con tutti presenti, poi i tavoli tecnici», spiegano a via Veneto, ma «se la data del 31 marzo (quella definita nel memorandum d’intesa, ndr.) è ormai solo indicativa, non andremo molto oltre la prima settimana di febbraio, per i primi incontri».

          Più protezioni per i giovani, i più indifesi sul mercato del lavoro, per gli over-50 come per le donne, gli intendimenti sociali generali del ministro, che vuole combattere la precarietà diffusa con piglio ed esempi “socialdemocratici”, da Nord Europa. Non a caso, la riforma dei centri dell’impiego (dove non si potrà più rifiutare un posto di lavoro o un programma di formazione, pena la cancellazione dalle liste di disoccupazione) è tra le prime misure proposte, assieme all’indennità di disoccupazione estesa ai lavoratori flessibili e discontinui, ai contributi figurativi sempre per i lavoratori flessibili e alla possibilità di cumulo delle risorse versate a diversi enti previdenziali. Naturalmente, c’è il problema risorse: servirebbero tra 2 e 3 miliardi di euro ma Diamano ha grande fiducia nelle maggiori entrate che deriveranno dalla lotta all’evasione. Non ha gradito, invece, il ministro, come non hanno gradito affatto i sindacati, i conti della Ragioneria dello Stato che prevede in duecento miliardi nei prossimi vent’anni il costo dell’abolizione dello scalone. Bonanni e Angeletti hanno parlato di «scenari terroristici».

          Cgil, Cisl e Uil, peraltro, stanno lavorando proprio in questi giorni alla definizione della loro piattaforma comune, che però non sarà pronta prima del 12 febbraio, quando si terranno gli esecutivi unitari. Domenico Proietti, segretario confederale della Uil, delinea uno “zoccolo duro” di proposte unitarie: «Chiediamo l’abolizione dello scalone, dato che l’età media di pensione è già 60 anni, un sistema di incentivi per elevare l’età pensionabile, siamo contrari ai disincentivi e alla revisione dei coefficienti, chiediamo anche la netta separazione tra assistenza e previdenza, un riordino realmente efficiente degli enti previdenziali e un forte sostegno alla previdenza complementare». Morena Piccinini, segretaria confederale della Cgil e grande esperta di pensioni, preferisce ribadire le proposte della Cgil («Stiamo ancora lavorando alla definizione dei dettagli, a livello unitario»): eliminazione dello scalone, salvaguardare le pensioni future, specie quelle dei più giovani, senza modificare i coefficienti, intervenire sulle situazioni di discontinuità e precarietà lavorativa estendendo il principio della totalizzazione e i contributi figurativi per chi non ce li ha, in particolare i lavoratori parasubordinati e a partire dall’indennità di maternità e dai congedi parentali. Piccinini e Proietti rispediscono comunque insieme al mittente i conti “sballati” della Ragioneria. Per la Piccinini possono essere usati i cinque miliardi di entrate strutturali derivanti dall’aumento della contribuzione dei lavoratori dipendenti, per tagliare lo scalone, che a regime di risparmi ne dà nove. Il problema è che non solo l’ala riformista dell’Ulivo (a partire da Rutelli e Fassino) ma anche la Cisl avanzano da tempo la proposta degli “scalini” in cui è possibile trasformare lo scalone, ovvero un aumento inferiore e più graduale dell’età di lavoro, con tempi lunghi per i successivi aggiustamenti.

          La proposta – che potrebbe essere ben vista da Damiano, il quale punta in ogni caso a un abbassamento dell’età pensionabile dai 60 anni oggi previsti ma non al ritorno semplice ai 57 anni – trova l’ostilità della sinistra politica e sindacale. Anche di questo discuteranno Cgil, Cisl e Uil, nei prossimi giorni, prima di affrontare un braccio di ferro col governo che si prevede lungo e faticoso.