«Pensioni, dall’11 avanti tutta»

04/12/2003


04 Dicembre 2003
«Pensioni, dall’11 avanti tutta»
Il ministro: «no» a una riforma più graduale
L’Eurisko: poco consenso per l’età innalzata

ROMA
La riforma delle pensioni «naviga a vista» fino all’11 dicembre, quando scade il termine (in precedenza fissato al 10) per la presentazione degli emendamenti in commissione lavoro del Senato. «Aspettiamo sabato un’eventuale proposta del sindacato – avverte il ministro del Welfare Roberto Maroni – ma dopo l’11 si va avanti a navigazione strumentale, cioè motore avanti tutta con la votazione degli emendamenti fino ad allora presentati». Un ultimatum? «No, diciamo soltanto – precisa il ministro – che chi vuole approfittare del tempo rimato può farlo. Del resto, spazio per il confronto c’è stato».

Sarà reso più graduale – gli è stato chiesto – lo «scalino» del 2008 per i nuovi limiti dell’età pensionabile e dei contributi? Maroni replica: «Non c’è, a mio avviso, il problema di una riforma più graduale. La riforma è molto complessa, l’applicazione delle novità dal 2008 non è l’unico punto sul quale l’11 dicembre sapremo che cosa succederà. Quando conosceremo gli emendamenti, li valuteremo insieme alla maggioranza in commissione».
Comunque la riforma delle pensioni non compare nel calendario dell’aula deciso ieri dalla conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama e, quindi, si conferma che il varo in quel ramo del Parlamento è di fatto rinviato a gennaio. Anche perché, proprio in vista della massiccia manifestazione organizzata per sabato dai sindacati contro la riforma e la politica economica del governo con l’adesione di tutti i leader dell’opposizione, il relatore sul provvedimento previdenziale Carmelo Morra (Fi) anticipa che «la maggioranza valuterà se rendere la riforma più graduale, attenuando lo «scalino» del 2008 e riflettendo su altri due punti: il conferimento obbligatorio del Tfr ai fondi pensione, duramente avversato dai sindacati, e la decontribuzione». La maggioranza, spiega Morra, si sta ponendo il problema della forte discontinuità che si crea con il passaggio secco da 35 a 40 anni di contribuzione minima a partire dal 1° gennaio 2008: «Qualche modifica si potrà fare se riusciamo a trovare altri strumenti che, accompagnati alla gradualità, garantiscano gli stessi risparmi previsti».
I sindacati, d’altra parte, hanno interpretato le dichiarazioni del ministro Maroni come un vero ultimatum e il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani risponde: «Sulle pensioni il governo non ha mai trattato e, quindi, non ha senso commentare l’ultimatum. Chiedere ai sindacati proposte alternative è un modo di nascondersi dietro un dito: quando l’esecutivo ci ha illustrato la riforma della previdenza noi abbiamo avanzato delle controproposte. Il vero problema, però, è un altro: fare una riforma del Welfare che dia garanzie e tutele a chi ne ha bisogno. Su questo stiamo lavorando insieme alle altre confederazioni per presentare al più presto una proposta unitaria. Per quanto riguarda le pensioni, c’è da attuare quella parte della riforma Dini che non è stata realizzata».
Intanto, da un’indagine attuata dal Cnel in collaborazione con l’Eurisko arriva una secca bocciatura della riforma previdenziale del governo da parte degli italiani. Il 63% degli intervistati è preoccupato del proprio futuro pensionistico, mentre il 64% (in crescita dal 62% di un’anno fa) pensa che il trattamento garantito sarà inadeguato ai bisogni dei futuri pensionati. L’età giusta per andare in pensione viene indicata in 59 anni e gli anni di contribuzione per l’anzianità in 34. Il 63% non è d’accordo ad andare in pensione dopo 40 anni di contributi e il 50% è contrario all’ipotesi di innalzare l’età pensionabile a 65 anni per gli uomini e a 60 anni per le donne (42% favorevole). Il 61% condivide la possibilità di scegliere di lavorare oltre il limite fissato per il pensionamento e, in contrasto con altri dati, il 67% ritiene che il sistema previdenziale vada riformato: il 34% è convinto che costi troppo e sia inefficiente (+8% rispetto ad un anno fa e +4% rispetto a 4 anni fa) e il 57% che non bisogna toccare le pensioni «perché non possono essere sempre i pensionati a pagare».