Pensioni da fame per gli ex co.co.co.

03/05/2005
    martedì 3 maggio 2005

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        Un’indagine di ItaliaOggi mette in luce le differenze tra lavoratori dipendenti e parasubordinati.

          Pensioni da fame per gli ex co.co.co.
          Con 40 anni di lavoro assegno pari a un terzo dello stipendio

            di Daniele Cirioli

            Le giovani generazioni avranno una pensione da fame, soprattutto i lavoratori parasubordinati. Un lavoratore a progetto che entra oggi nel mondo del lavoro potrà infatti contare, dopo 40 anni di lavoro, su una pensione che a stento supererà un terzo dell’ultimo stipendio. Meglio i lavoratori dipendenti, per i quali la pensione supererà i due terzi del mensile. Ma quelli che stanno peggio sono i giornalisti freelance che, alle stesse condizioni, non matureranno nemmeno il diritto alla pensione.

            Pensioni & lavoratori

              È un futuro davvero bizzarro quello che si prospetta per le pensioni delle giovani generazioni. Tra riforme, incentivi e sortilegi vari, infatti, la conclusione è del tutto originale: chi sta bene oggi starà meglio domani, e chi adesso tira avanti a stenti nel futuro starà ancora peggio.

                L’analisi proposta (i cui risultati sono riassunti in tabella) riguarda le due categorie fondamentali di lavoratori: dipendenti e parasubordinati.

                Questi ultimi sono rappresentati dai cosiddetti co.co.co. o lavoratori a progetto dopo la riforma del lavoro che, in numero, non è dato di capire quanti realmente siano: l’Istat parla di 650 mila, l’Inps dichiara invece (dato del 2003) 2.837.287 posizioni iscritte alla gestione separata. Una terza categoria di soggetti esaminata è quella dei collaboratori giornalisti, iscritti alla famigerata Inpgi2 (la gestione separata dell’Inpgi), in tutto e per tutto (salvo per le tutele pensionistiche) simile alla categoria dei parasubordinati.

                  In ogni caso (dipendenti o parasubordinati), il criterio di determinazione della pensione è quello contributivo in vigore dal 1° gennaio 1996, appunto relativo alle nuove generazioni. Con queste regole, la pensione è determinata sulla base dei contributi che anno dopo anno sono versati all’Inps (o all’Inpgi, all’Inpdap ecc.). Alla sommatoria (il montante contributivo), infine, viene applicato un coefficiente fissato dalla legge che varia in funzione dell’età posseduta dal lavoratore al momento di accesso alla pensione.

                    Pensioni & requisiti

                      Cominciamo dai requisiti per l’accesso alla pensione: le giovani generazioni dovranno lavorare sette anni in più. Una delle novità dell’ultima riforma delle pensioni (legge n. 243/04), infatti, sta proprio nella fissazione di un nuovo requisito d’età per il diritto alla pensione con decorrenza dal 2008. In dettaglio abbiamo: fino a tutto il 2007, si potrà andare in pensione con 57 anni d’età e almeno cinque anni di versamento di contribuzione; a partire dal 2008, ci vorranno i seguenti requisiti (le ipotesi sono alternative):

                        - 60 anni d’età per le donne e 65 anni per gli uomini e almeno cinque anni di anzianità contributiva;
                        - oppure 35 anni di contributi e 60 anni d’età;
                        - oppure a qualsiasi età e almeno 40 anni di contribuzione.

                          In tutti i casi di accesso alla pensione prima dei 65 anni occorre il soddisfacimento di un’ulteriore condizione: l’importo della pensione cui si ha diritto non deve essere inferiore a 1,2 volte l’assegno sociale.

                            Merita una precisazione il requisito della ´contribuzione’. Quando la legge parla di almeno cinque anni o 40 anni di contribuzione si riferisce a una misura, ´anno di contribuzione’, che non corrisponde né all’anno solare e né a un periodo di 12 mesi durante il quale un soggetto sia stato titolare di un rapporto di lavoro o di collaborazione.

                              Perché un ´anno di contribuzione’ equivale a un preciso importo di contributi versati dal o per il lavoratore/collaboratore e che garantisce ´l’accredito’ di un periodo contributivo di 12 mesi. Le cifre aiutano a chiarire il concetto. Per il 2005, l’aliquota di contribuzione per i co.co.co. è fissata al 18%; per cui il collaboratore che avrà un rapporto di lavoro della durata di un mese con un compenso di 1.000 euro avrà versato 180,00 euro di contribuzione. Intuitivamente si è spinti a pensare che il collaboratore abbia maturato un ´mese’ di contribuzione ai fini del diritto alla pensione.

                                Così non è, perché ai fini ´dell’accredito’ va rispettato un minimale di reddito (cui riferire la contribuzione) che per l’anno 2005 è pari a 13.133 euro. Ne deriva che un anno di contribuzione, utile ai fini della pensione, sarà raggiunto solamente se e in corrispondenza di un versamento di contribuzione di euro 2.364,00 (quanto risulta applicando il 18% sul minimale di reddito), che in valore mensile corrisponde a euro 197,00.

                                  Pensioni & risultati

                                    Le tre simulazioni (1) lavoratore a progetto iscritto alla gestione separata Inps; 2) freelance iscritto all’Inpgi2; 3) impiegato/operaio) partono da uno stesso stipendio mensile di euro 1.074 (non si tiene conto del prelievo fiscale che non squilibra le posizioni). Si immagina che lo stipendio si aggiorni (cioè aumenti) annualmente del 2,5%, cosa poco probabile nel caso di lavoratori parasubordinati; mentre per il montante contributivo (la sommatoria, anno dopo anno, dei contributi versati utili ai fini pensionistici), si ipotizza una rivalutazione (anche questo è un aumento) annuale dell’1,5% (la misura effettiva è data dalla variazione quinquennale del pil, il prodotto interno lordo).

                                      Le simulazioni fanno riferimento a due ipotesi: le pensioni che i lavoratori maturano dopo 35 anni e dopo 40 anni di contribuzione piena (bisogna dire che anche questa della contribuzione ´piena’ è una supposizione poco realistica: mini-co.co.co, prestazioni occasionali ecc., sul versante del lavoro parasubordinato e part-time, job on call ecc., sul versante del lavoro subordinato sono tutti esempi, nuovi e vecchi, di rapporti di lavoro che non garantiscono continuità nella contribuzione e che, quindi, minano la consistenza della futura pensione).

                                        Dopo 35 anni di contribuzione, il lavoratore a progetto può sperare in una pensione pari a un terzo del suo stipendio mensile. Il lavoratore dipendente, invece, nella peggiore delle ipotesi (andando cioè in pensione prima, a 61 anni), ha assicurata una pensione almeno pari alla metà dello stipendio. Situazione peggiore è per i freelance: non c’è possibilità di accedere alla pensione prima dei 65 anni perché l’assegno maturato è tanto esiguo da non superare la soglia minima fissata per il diritto di accesso alla quiescenza.

                                          Dopo 40 anni di contribuzione, il lavoratore a progetto può sperare in una pensione superiore a un terzo, ma inferiore alla metà del suo stipendio mensile. Il lavoratore dipendente, invece, nella peggiore delle ipotesi (andando cioè in pensione prima, a 61 anni), ha assicurata una pensione di poco inferiore al 60% dello stipendio. Situazione peggiore, anche in questo caso, è per gli iscritti all’Inpgi2: non c’è possibilità di accedere alla pensione prima dei 65 anni.

                                            Pensioni & riforme

                                              Il futuro, dunque, non è a tinte unite: rosa per i lavoratori dipendenti, nero per i collaboratori. Ciò che più stupisce, peraltro, è l’ulteriore marcatura del divario che scaturisce dalla riforma delle pensioni.

                                              Prendiamo, per esempio, le novità sui fondi per la previdenza integrativa (il cui via libero è previsto dal prossimo 1° luglio). I lavoratori dipendenti avranno molte convenienze ad aderire ai fondi pensioni: basso costo perché hanno già una retribuzione, il tfr, da destinare alla nuova pensione. In definitiva, riusciranno a cucire quasi per intero (fino al 100% dell’ultima paga) la coperta della propria pensione per la quiescenza. Per i parasubordinati, la previdenza integrativa è soltanto una chimera non disponendo di altre risorse da investire nei fondi pensione, a meno che non si decida di rinunciare a una quota della paga. Stime ottimiste, dunque, spingono a ritenere che la loro pensione a mala pena raggiungerà il 30% dello stipendio.

                                                Pensioni & divergenze

                                                  Alla fine, non appare azzardata la conclusione che è stata data al principio: chi sta bene oggi starà meglio domani, e chi adesso tira avanti a stenti nel futuro starà ancora peggio.

                                                    È così, purtroppo. E, cosa più imbarazzante, è che le tutele si riducono laddove aumenta la flessibilità (dovrebbe essere esattamente il contrario). Cosicché chi ha la fortuna di avere un contratto di lavoro subordinato ha, conseguentemente, una serie di garanzie che iniziano nell’oggi (stipendio, tutele assistenziali ecc.) e si perpetuano nel futuro (per la pensione si versa il 32,7% della retribuzione). Chi, invece, ha minore fortuna e lavora con un contratto a progetto è costretto ad arrangiarsi oggi e a vivere di stenti nel futuro. (riproduzione riservata)