Pensioni, crepe nella maggioranza

06/10/2003


06 Ottobre 2003

VOLONTE’ ANNUNCIA EMENDAMENTI ALLA MANOVRA PREVIDENZIALE. ALEMANNO: FLESSIBILITA’ POSSIBILE
Pensioni, crepe nella maggioranza
Udc: più gradualità. Maroni: eravate d’accordo
Roberto Giovannini
ROMA
Per creare le prime crepe nella maggioranza sulla riforma delle pensioni è bastata la manifestazione dei sindacati di sabato e la proclamazione del mini-sciopero generale del 24. Ieri, infatti, dall’Udc (con Luca Volontè, capogruppo a Montecitorio) e da An (col ministro delle politiche agricole Gianni Alemanno) sono arrivate richieste di modifica dell testo varato dal Consiglio dei ministri. Addirittura l’Udc annuncia anche la presentazione di emendamenti. Quanto basta per scatenare l’irritazione del ministro del Welfare Roberto Maroni.
Nel governo e nella maggioranza sembrano così emergere due linee: c’è chi scommette sulla possibilità di spaccare il fronte sindacale, e chi per ora si limita a manifestare disagio per il muro contro muro su un tema socialmente così delicato. Si chiede così di far di tutto per riaprire il confronto con le parti sociali, e di graduare in modo meno penalizzante per i lavoratori il giro di vite sulle pensioni di anzianità. Sono solo punture di spillo, per adesso. Ma che confermano il malessere della maggioranza, e fanno capire che nel corso di questa vicenda il testo e i contenuti della riforma Maroni-Tremonti verranno sicuramente modificati e «limitati».
E come avvenne nel 2002 ai tempi della guerra sull’articolo 18, il primo esponente della maggioranza ad «aprire» è Luca Volontè. «Porremo nuovamente – dichiara – la questione di una riforma che dal 2008 non preveda un innalzamento secco da 35 a 40 anni di contribuzione, ma porti invece a questo obiettivo con gradualità. E non è escluso che presenteremo un nostro emendamento, dopo averne discusso anche con le altre componenti della maggioranza che sentono la stessa nostra esigenza». Poi Volontè apre ai sindacati, dopo lo sciopero del 24: «È giusto che si torni a discutere con le parti sociali. E sul tema della gradualità vogliamo condividere la nostra proposta con i sindacati. A noi il dialogo sociale piace farlo realmente, non solo predicarlo sui giornali». Sulla stessa linea, un ex-sindacalista famoso (oltre che vicesegretario Udc) come Sergio D’Antoni. D’Antoni dice che è stato un errore «individuare prima le soluzioni e poi andare a trattare», perché «lo scontro non serve a nessuno, né al Paese né al governo e al sindacato». E anche il ministro delle Politiche agricole, Gianni Alemanno, esponente della Destra sociale di An, afferma che «di gradualità si può discutere». «Noi crediamo – spiega – che si possa cercare di rendere più graduale questa riforma, senza modificare però gli impatti finanziari e garantendo gli stessi risparmi. Come An, però, pensiamo che non sia più la maggioranza che deve presentare nuove proposte, bensì le parti sociali, quando riprenderà il confronto con loro».
La risposta un po’ piccata del ministro Maroni non si è fatta attendere. «Sono sempre aperto alle discussioni – afferma – ma mi sembra un po’ singolare che due rappresentanti di due partiti, Udc e An, che non più tardi di due giorni fa, dopo una discussione lunghissima, hanno approvato un testo, ora pensino di emendarlo». «Abbiamo discusso di questo tema per oltre un mese – insiste il titolare del Welfare – anche la sera prima del Consiglio dei Ministri, la mattina del Consiglio dei Ministri e durante il Consiglio. In quelle occasioni non è mai stata sollevata alcuna obiezione dei rappresentanti di questi due partiti. A me va bene tutto, mi va bene anche di ridiscutere tutto, sono prontissimo a farlo. Ma vorrei capire cosa è successo in questi due giorni». Da parte sua, Maroni insiste: se per i sindacati la riforma è ingiusta, facciano proposte alternative. «Se la proposta, però, è “non si fa nulla perché noi diciamo cosi”, è un ultimatum, e quindi c’è poco da discutere. Noi comunque andremo fino in fondo». Infine, il ministro minaccia «rivelazioni» su regimi previdenziali privilegiati di cui godono i sindacalisti: dovrebbe trattarsi della campagna sulla cosiddetta «Legge Mosca», che consente contribuzione figurativa per l’attività politica e sindacale, a suo tempo promossa dal «Giornale».
I sindacati si compiacciono delle prime divisioni nel centrodestra, anche se – come spiega il numero uno cislino Savino Pezzotta – «la gradualità non interessa, perché non cambia la sostanza degli interventi». Pezzotta fa notare che se nella maggioranza si chiedono modifiche della riforma, «vuol dire che loro stessi non sono convinti di avere fatto la cosa giusta. E ciò da ragione al sindacato, alle sue critiche e alle sue decisioni di lotta». E a Maroni, il leader Cisl replica che «se c’è qualcuno che ha proceduto per ultimatum, è stato proprio il governo, che ha negato il confronto al sindacato e ha deciso tutto da solo». Dura anche la Cgil: per il segretario confederale Morena Piccinini, «gli inviti al dialogo di Maroni sono solo l’ennesima presa in giro». Sulla stessa linea il numero due della Uil, Adriano Musi: «O c’è la volontà di cambiare la riforma delle pensioni, sostituendola, oppure il dialogo di cui parlano è solo una messa in scena».