Pensioni, così mi salvo tutti i contributi

19/10/2005
    20 ottobre 2005 – ANNO XLIII N.42

    L’ITALIA CHE FUNZIONA
    RIFORMA PREVIDENZIALE
    12/10/2005

      Pensioni, così mi salvo tutti i contributi

        Con il via libera del governo alla «totalizzazione» i lavoratori potranno recuperare i soldi versati a più enti. Ma c’è un limite.

          di Edmondo Rho


            Riforma delle pensioni, un altro pezzo va avanti. Mentre i riflettori sono puntati sulle polemiche per il tfr (trattamento di fine rapporto, la vecchia liquidazione), sta per diventare realtà la «totalizzazione», un provvedimento che interessa almeno 2 milioni di lavoratori.
            Di che cosa si tratta? Della possibilità per chi, nella vita lavorativa, ha versato contributi a diverse casse previdenziali, di sommarli, e alla fine ricevere una pensione unica senza pagare per la ricongiunzione (spesso talmente onerosa da non essere conveniente). Attenzione, però: questo varrà solo per periodi contributivi di almeno 6 anni. E su questo punto c’è una coda polemica.

              Cos’è la totalizzazione.
              Per ottenere la pensione di vecchiaia con la nuova norma occorre avere 65 anni di età (sia uomini, sia donne) e almeno 20 anni di contributi versati anche in casse diverse. Per esempio, 14 anni in un ente e 6 in un altro. Oppure si potrà ottenere la pensione di anzianità, a prescindere dall’età raggiunta, dopo 40 anni di contributi versati: per esempio 10 nell’ente A, 16 nell’ente B e infine 14 anni nell’ente C (il lavoratore richiederà la pensione unica all’ultimo ente cui è stato iscritto).

                I punti essenziali.
                Sono due. Finora potevano totalizzare (in base a una norma della Finanziaria 2000) solo i lavoratori che non avevano raggiunto il requisito per la pensione di vecchiaia in alcuna cassa previdenziale, ora si potranno sommare gli spezzoni contributivi, purché di almeno 6 anni.
                Secondo punto essenziale: adesso la totalizzazione serve anche per raggiungere la pensione di anzianità. Spiega Alberto Brambilla, sottosegretario al Lavoro: «Vogliamo fare una vera totalizzazione, che sarà in regime contributivo e riguarda potenzialmente tutti i lavoratori italiani, sia dipendenti sia autonomi. Sarà un canale aggiuntivo a quelli già esistenti per raggiungere la pensione».

                  A chi interessa.
                  Potenzialmente la totalizzazione può riguardare tutti i lavoratori. Ma interessa in particolare i professionisti e tutti coloro (per esempio, ex dirigenti, funzionari commerciali oppure semplici impiegati) che oggi non hanno più un lavoro dipendente e sono stati costretti a passare a forme parasubordinate, tipo cococo oppure lavoro a progetto. La stima è di 2 milioni di persone interessate alla totalizzazione; in futuro potrebbero essere anche di più, data la crescente mobilità nel mondo del lavoro tra autonomi e dipendenti.

                    Liberi professionisti.
                    Dice Brambilla: «Diamo attuazione a un accordo con le casse dei liberi professionisti che avevamo già raggiunto nell’estate 2004». E proprio per le casse professionali la totalizzazione è un grande cambiamento, in particolare per quelle nate negli ultimi 10 anni (come psicologi, periti industriali, biologi), mentre per i giornalisti, che dal 1955 hanno già la totalizzazione con l’Inps, ora si aggiunge la possibilità di sommare anche i contributi derivanti dal lavoro autonomo.

                      L’iter della legge.
                      Il decreto legislativo sulla totalizzazione è stato varato dal governo il 5 ottobre e inviato al Parlamento che dovrà dare il suo parere entro un mese. Quindi ai primi di novembre dovrebbe entrare in vigore «una riforma attesa da 15 anni e per cui abbiamo stanziato 200 milioni di euro» sottolinea Brambilla. Proprio la copertura della spesa è l’ultimo ostacolo da superare.

                        Il punto non risolto.
                        Il neo del provvedimento varato dal Consiglio dei ministri è che per totalizzare servono spezzoni contributivi di almeno 6 anni anziché 5 com’era previsto nella legge delega sulle pensioni che prende il nome dal ministro Roberto Maroni. Perché? «Lo ha preteso la Ragioneria generale dello Stato» risponde Brambilla. «Ma io e Maroni puntiamo a mantenere i 5 anni: troveremo l’idonea copertura e se possibile porteremo il limite a 4 anni». Un tassello, non banale, ancora da definire.