“Pensioni” Corte dei conti: «Riforma o il sistema salta»

02/02/2007
    venerdì 2 febbraio 2007

    Pagina 11 – Economia e Politica

    LA RELAZIONE DELLA MAGISTRATURA CONTABILE: SI INTERVENGA SU ETÀ E COEFFICIENTI

      Corte dei conti: pensioni a rischio

        «Riforma subito o il sistema potrebbe saltare». Allarme corruzione: c’è un ritorno

          Raffaello Masci

          ROMA
          «Senza riforme il sistema pensionistico rischia di non essere più sostenibile». Sono pietre le parole del presidente della Corte dei conti Francesco Staderini che ieri, durante la cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario – presenti le più alte cariche dello Stato – ha additato nella previdenza l’anello debole del sistema indicando la materia specifica su cui intervenire: l’età pensionabile e i coefficienti di trasformazione.

          Staderini ha ricordato le stime secondo cui, in assenza di interventi, nel 2038 la spesa pensionistica in rapporto al Pil aumenterà del 2%. La spesa pensionistica in Italia – ha spiegato Staderini – è superiore alla media europea e l’età pensionabile è tra le più basse (59,5 anni). La via maestra, secondo la Corte, sarebbe quella di portare, sia pur gradualmente, l’età pensionabile oltre i 60 anni. Inoltre, nonostante «gli effetti benefici indubbi» portati dalle riforme dei governi Dini e Prodi, la Corte giudica indispensabile intervenire anche sui coefficienti in base ai quali vengono stimati gli importi delle pensioni.

          L’effetto di questo richiamo della suprema magistratura contabile è stato enfatizzato, peraltro, dalla concomitanza con un analogo monito da parte del Fondo monetario internazionale che mercoledì prossimo si occuperà del nostro Paese e chiederà al governo di intervenire proprio sulla previdenza (oltreché sulla spesa sanitaria).

          Il governo e i sindacati, che con una distensiva cena a palazzo Chigi domenica 21 gennaio avevano avviato un tavolo di confronto sulle pensioni senza porsi urgenze stringenti, si sono così trovati esposti agli effetti di un tiro incrociato.

          Confindustria, attraverso il vicepresidente Bombassei prima e il direttore generale Beretta poi, ha ricordato che la propria posizione è stata sempre quella di una trattativa di merito da farsi presto e in maniera incisiva. E anche l’ex ministro Roberto Maroni ha detto di condividere umori e preoccupazioni, rispetto alla questione dell’età, sia della Corte che del Fondo monetario, trovandosi – di fatto – in sintonia con Confindustria.

          Questo coro di tecnocrati però, ha irritato i sindacati, soprattutto per quanto riguarda la revisione dei coefficienti che, semmai, andrebbero alzati, secondo Raffaele Bonanni della Cisl, e che se invece venissero ritoccati al ribasso – ha detto la segretaria dell’Ugl Renata Polverini – andrebbero a penalizzare proprio le pensioni di chi oggi è giovane.

          In tutto questo il governo, cui spetta in ultima istanza la facoltà di decidere, ha voluto spostare il dibattito dagli allarmi alle questioni di merito. Il ministro Cesare Damiano, commentando la relazione della Corte, ha detto due cose: la prima è che l’età è già stata innalzata dal precedente esecutivo e che ora si tratta di valutare come ammorbidire l’effetto dello scalone. Poi ha aggiunto: «Abbiamo chiarito che non è con le pensioni che vogliamo fare cassa».

          Oltreché sulla previdenza, la Corte dei conti ha fatto una serie di rilievi, a iniziare da una dura reprimenda sulla corruzione che, a 15 anni da Tangentopoli, è ancora lungi dall’essere estirpata. Il fenomeno è connesso ad attività di verifica fiscale, appalto di opere pubbliche o pubbliche forniture. Ed è difficile far pagare i responsabili, perché l’attuale normativa «frammentata tra leggi speciali e contratti collettivi di lavoro» consente ai condannati – ha spiegato Staderini – di «evitare le pene espulsive, mediante ricorsi fondati su errori formali delle amministrazioni stesse».

          La Corte ha anche rilevato che se fosse stato approvato, l’emendamento Fuda sulla modifica dell’attuale regime di prescrizione dei reati contabili «avrebbe comportato il mancato recupero di circa 900 milioni, cui aggiungere valutazioni, interessi e spese di giustizia, e la vanificazione di migliaia di istruttorie», per un danno complessivo stimato «fino a tre miliardi di euro». Guai sono giunti anche dal condono erariale voluto dal governo Berlusconi che ha comportato finora un danno per mancate entrate di 3,5 milioni, oltreché generare un contenzioso infinito.