«Pensioni, con la riforma conti a rischio»

17/01/2002






«Pensioni, con la riforma conti a rischio»

Le stime dell’Inps. Paci: giusto ridurre i contributi ma il taglio previsto è eccessivo

      ROMA – Il buco, all’inizio, è piccolo: poche centinaia di milioni di euro, ma già tra cinque, sei anni arriva a circa un miliardo di euro (duemila miliardi di lire). E tra dieci anni attorno ai 3 miliardi di euro (quasi 6 mila miliardi di lire). Poi, nel 2030, proprio quando la spesa per le pensioni dovrebbe toccare il massimo (la famosa «gobba»), il buco nelle entrate comincia ad assumere le proporzioni di una voragine, con un ammanco di 15 miliardi di euro (29 mila miliardi di lire). Finché, nel 2050, il minor gettito contributivo causato dal taglio di 5 punti dell’aliquota sui nuovi assunti sfiorerebbe i 41 miliardi di euro, pari a circa 79 mila miliardi di lire. La tabella che l’Inps ha sfornato facendo girare il suo modello previsionale lascia poco spazio ai dubbi: la riforma delle pensioni proposta dal governo apre un buco nei conti, via via crescente, che viene compensato solo in piccolissima parte dal previsto aumento graduale dell’aliquota sui collaboratori dal 13,5% al 19%. La riduzione dei contributi sui neoassunti, che il governo vuole per incentivare l’occupazione, abbasserà drasticamente le entrate dell’Inps, anche nell’ipotesi minima (il provvedimento ipotizza un taglio dell’aliquota fra 3 e 5 punti). Con tre punti in meno (dal 33% attuale al 30%) l’ammanco, nel 2050, sarebbe di oltre 24 miliardi di euro. E l’aumento dei contributi sui collaboratori (i «parasubordinati»), che il governo ha previsto per compensare le minori entrate, frutterà al massimo, fra 3-4 anni, sui 300 milioni di euro.
      Il problema è già stato sollevato dal ragioniere generale dello Stato, Andrea Monorchio. Che ieri, in un intervista a radio Vaticana, ha ribadito: «Nel provvedimento non vi sono misure di contenimento della spesa pensionistica, ma misure che operano sul versante delle entrate, attraverso la decontribuzione». E alla domanda se la riforma abbia un’adeguata copertura finanziaria, ha replicato: «Mi permetta di non rispondere». Anche se poi ha precisato: «Se la delega viene esercitata con determinate cautele, può essere neutrale per la finanza pubblica». La questione viene ora riproposta dal presidente dell’Inps, Massimo Paci: «Con spirito costruttivo. Non per fare allarmismo, ma solo per aiutare la riflessione sulle conseguenze di una riforma che va giustamente nella direzione di un modello a due pilastri, ma che forse parte con un taglio dei contributi troppo forte».
      Paci sottolinea che sullo sviluppo del «secondo pilastro», la previdenza integrativa, «siamo tutti d’accordo» e che anche sulla necessità di tagliare l’aliquota contributiva, «più alta di quella degli altri Paesi europei, c’è un vasto consenso». E il presidente dell’Inps condivide pure che allo sviluppo della previdenza integrativa debba corrispondere una riduzione della pensione pubblica, «a meno di non pensare a un aumento della spesa complessiva, che sarebbe assurdo». Ma questo processo «deve avvenire tenendo conto che c’è una fase transitoria, nella quale sarà inevitabile trovare un finanziamento di origine fiscale a copertura dei minori introiti dell’Inps». E quindi, conclude Paci, «mi pare che il taglio dell’aliquota debba essere minore di quanto ipotizzato».
Enrico Marro


Economia