Pensioni, con la delega timidi ritocchi

14/01/2002





Pensioni, con la delega timidi ritocchi
di Elsa Fornero
L’aspra contrapposizione tra gli schieramenti politici e tra le parti sociali in materia pensioni conferma una volta di più le difficoltà di riforma dei sistemi previdenziali. Il problema, del resto, non è soltanto italiano. In quasi tutti i Paesi europei, infatti, il rapido invecchiamento della popolazione crea problemi di sostenibilità dei sistemi di Welfare, improntati a una generosità concepita in epoche di dinamiche economiche e demografiche ben più favorevoli delle attuali. I rischi di insostenibilità, a loro volta, spingono verso riforme restrittive e perciò impopolari, sulla cui realizzazione il colore politico del governo non sembra incidere molto. Mentre altre riforme – come il recente passaggio all’euro – si realizzano senza laceranti contrasti, quella previdenziale li genera quasi sempre. La prima spiegazione sta nel fatto che non si tratta semplicemente di una questione tecnica, bensì di un’intricata questione sociale che tocca, in modo differenziato, tutte le categorie e tutte le generazioni, anche quelle future. È quindi estremamente complesso ricostruire una mappa dei perdenti e dei vincitori di ogni modifica e, per conseguenza, si creano facilmente paure e risentimenti, talvolta strumentalmente alimentati, che producono veti contrapposti e blocchi al cambiamento. Un’analisi più razionale ricollega le difficoltà delle riforme al carattere generalmente egoistico e poco lungimirante degli interessi e dei calcoli economici, i quali portano gli individui, specie se prossimi alla pensione, a una valutazione dei benefici e costi di un sistema pensionistico limitata a pochi lustri e solo molto raramente estesa a figli e nipoti. Poiché le riforme restrittive sono motivate essenzialmente dalla necessità di ridurre gli oneri a carico delle generazioni future e migliorarne le prospettive di occupazione, la scarsa lungimiranza induce a dare poco peso a quegli oneri e a quelle prospettive o a non considerarli del tutto. Le riforme, pertanto, vengono percepite soltanto o prevalentemente per i loro aspetti negativi sulle generazioni presenti e cioè per i tagli che ne potranno derivare a chi ha già la pensione nei propri orizzonti. Toccherebbe ai politici riaggiustare la bilancia intergenerazionale facendosi carico delle ragioni di coloro che ancora non hanno voce. Purtroppo, anche i politici hanno orizzonti brevi, scanditi dai calendari elettorali o dall’imperativo stringente di evitare manifestazioni di piazza. Persino i più lungimiranti, quindi, hanno difficoltà a proporre una riscrittura del contratto tra le generazioni, anche quando quel contratto si rivela inefficiente di fronte al rischio demografico, inadeguato di fronte alle opportunità dei mercati finanziari, appesantito da impegni impropri assunti nel passato. Pur con queste difficoltà strutturali, in Italia non siamo certo all’anno zero. Il processo di riforma è stato avviato con risultati niente affatto irrisori, tanto che non è azzardato sostenere che, senza le riforme previdenziali degli anni 90, non saremmo entrati nell’euro. Un simile, per quanto parziale, successo deve anzitutto attribuirsi alla percezione di un chiaro collegamento tra la crisi finanziaria del 1992 e il deficit presente e futuro del sistema pensionistico. Venne così spianata la via alla riforma Amato, con l’incisiva modifica al meccanismo di indicizzazione delle pensioni, non più ai salari nominali, bensì ai soli prezzi. L’urgenza di non perdere l’aggancio con l’Europa, ancora presente, ma meno forte, consentì nel 1995 l’approvazione della riforma Dini, con il suo fondamentale contributo in termini di passaggio al metodo contributivo, ma ne rimandò l’applicazione non già di qualche mese o anno, bensì di qualche decennio (con una netta prevalenza degli interessi delle generazioni intermedie su quelle giovani e future, assai meno rilevanti in termini di voti). Oggi l’assenza di motivazioni urgenti porta con sé un ritorno a logiche di breve periodo e di piccoli cabotaggio, a un’estrema prudenza sul piano del consenso politico, il che rende difficile la proposizione di riforme a largo raggio, come quelle che vorrebbero gli studiosi e le organizzazioni internazionali, con il raggiungimento di un regime equilibrato, equo e non distorsivo. Si spiega così la "timidezza" del nuovo progetto di riforma contenuto nella delega al governo, con il rinvio delle misure "scomode", come la modificazione delle pensioni di anzianità, e la maggiore attenzione a interessi più immediati, quali lo smobilizzo del Tfr, il decollo dei fondi pensioni, la detassazione dei contributi per i nuovi lavoratori. Tutto ciò implicherà necessariamente l’esigenza di ulteriori interventi. La riscrittura del contratto tra le generazioni dovrà attendere tempi migliori. E forse dovremo abituarci a interventi ripetuti, con aggiustamenti parziali determinati dalla congiuntura economica e da quella politica, e non già da un grande e coerente disegno.

Domenica 13 Gennaio 2002