Pensioni: con incentivi mini restare non ha appeal

03/07/2007
    martedì 3 luglio 2007

    Pagina 6 – Primo Piano

    Analisi
    Aumenti fra i 20 e i 60 euro al mese

      Ma con incentivi mini
      restare non ha appeal

        TERESA PITTELLI
        ROMA

          Andare in pensione a 58 anni oppure continuare a lavorare assicurandosi una pensione più ricca, magari di qualche decina di euro in più al mese per ogni anno di permanenza in attività. Questa l’ipotesi davanti alla quale potrebbero trovarsi circa 130 mila lavoratori, cioè la platea di contribuenti che secondo l’Inps rimarrebbe bloccata dall’entrata in vigore, il 1° gennaio prossimo, del brusco innalzamento da 57 a 60 anni dell’età per andare in pensione voluto dalla legge Maroni.

          Incentivare la rinuncia al pensionamento di anzianità attraverso un sistema di premi, aumentando l’età minima da 57 a 58 anni nel 2008 e poi sperimentando per due-tre anni il funzionamento degli incentivi, è una delle idee-base su cui il ministro del Lavoro Damiano punta per chiudere il negoziato. Tecnici ed esperti di previdenza sono già al lavoro per elaborare le prime stime sull’impatto finanziario della misura e sulle tasche dei lavoratori. Dalla propensione di questi ultimi a farsi convincere dipenderà il successo o il fallimento della misura.

          Sono 129.500 mila i destinatari dell’intervento. Tra le ipotesi c’è l’aumento di un punto percentuale, dal 2% al 3%, del rendimento annuo delle pensioni. Facendo un esempio, con l’attuale coefficiente un lavoratore che ha versato contributi per 40 anni oggi va in pensione con l’80% dell’ultima retribuzione. Ponendo il caso di una retribuzione media mensile di 2 mila euro, la pensione che gli spetterebbe si aggirerebbe sui 1600 euro. Se quel lavoratore scegliesse, però, di restare al lavoro, la copertura dell’ultimo stipendio salirebbe via via all’81%, all’82%, e così di seguito in base agli anni di lavoro in più. L’aumento medio della pensione mensile in questa ipotesi potrebbe aggirarsi sui 20 euro.

          Gli assegni pensionistici di chi decide di continuare a lavorare sarebbero invece più robusti se si optasse per far aumentare progressivamente quel 2% di oltre un punto, magari fino a tre punti in più, come avviene nel sistema di incentivazione studiato in Francia. In questo caso, stando sempre all’ipotesi del lavoratore «medio» che ha lavorato per 40 anni, il rendimento annuo della pensione potrebbe raggiungere il 5%, e il bonus mensile i 50-60 euro.

          Cruciale capire la propensione dei lavoratori a lasciarsi tentare. Ferma restando la scappatoia dettata da Damiano, che ha già annunciato l’aumento automatico dell’età di pensionamento in caso di flop degli incentivi, c’è chi è scettico in partenza. «Non so se per i lavoratori varrà davvero la pena di restare in attività solo per qualche euro in più. Si rischia che continuino a pensionarsi e poi lavorare con contratti di collaborazione», commenta Giuliano Cazzola, esperto di previdenza. Sull’idea dell’incentivo, inoltre, incombe lo spettro del bonus Maroni, che nonostante i pingui aumenti (fino al 50%) delle buste paga di chi avesse rinunciato al pensionamento per continuare a lavorare, ha allettato dal 2004 a oggi circa 90 mila persone, meno di un terzo degli aventi diritto. «Bisognerebbe lasciare lo scalone, visti i costi elevati del suo abbattimento, e proporre ai lavoratori costretti a restare i benefici del bonus, e quindi la possibilità di portarsi a casa fino al 51% in più della busta paga, che vuol dire anche mille euro al mese. Proporre un aumento del rendimento dal 2% al 3%, invece, mi sembra iniquo oltre che poco utile», insiste Alberto Brambilla, ideatore del bonus Maroni. Sindacati e fonti vicine al ministero del Lavoro, però, insistono sulla bontà di una scelta che «anziché arricchire la busta paga per un paio di anni migliorerà stabilmente le pensioni dei lavoratori».