Pensioni, come salvarsi la rendita

22/03/2004

18 marzo 2004 N.12



PREVIDENZA IL VERO SCONTRO




Pensioni, come salvarsi la rendita
 
di
 Edmondo Rho

12/3/2004  






I leader sindacali Savino Pezzotta, Luigi Angeletti e Guglielmo Epifani.

Mentre i sindacati sfidano il governo, il nodo resta il mancato sviluppo dei fondi integrativi. Ai quali ha aderito appena un lavoratore su dieci. La soluzione? Più incentivi fiscali, anche sul Tfr.

 
Nel nuovo scontro sulle pensioni, il punto di disaccordo più evidente tra governo e sindacati, che imbracciano l’arma dello sciopero generale, è l’età per il ritiro anticipato dal lavoro: oggi 57 anni con 35 di contributi, dal 2008 dovrebbero diventare 60 anni. Probabilmente, alla fine una mediazione si troverà: per esempio, la Lega ha proposto un emendamento per mantenere i 57 anni, con penalizzazione sulla rendita. Mentre resta sul tappeto il problema strutturale: anche aumentando l’età pensionabile, l’Inps non potrà continuare a pagare le pensioni cui gli italiani si erano abituati. Come garantire pensioni adeguate a 18 milioni di lavoratori, tra dipendenti e autonomi?

Finora, la soluzione sembra una grande rimozione collettiva del problema stesso: infatti meno di 2 milioni di lavoratori sono iscritti ai fondi pensione istituiti dopo il 1993, il «secondo pilastro» sul quale ciascun italiano dovrebbe costruire il proprio futuro previdenziale.
Complessivamente questi fondi gestiscono poco più di 5 miliardi di euro: pochissimo in confronto agli oltre 500 miliardi di euro dei fondi comuni d’investimento e poco anche rispetto ai circa 30 miliardi di euro dei fondi pensione preesistenti alla legge del 1993 (prevalentemente quelli di dirigenti, bancari, assicurativi e giornalisti).

Perché così pochi lavoratori hanno finora sottoscritto i fondi pensione? Soprattutto perché, a quasi 10 anni dalla riforma Dini varata nel 1995, gli italiani non hanno ancora chiaro che in futuro sarà più bassa la pensione di base, il cosiddetto primo pilastro della previdenza. E quindi che occorre costruire due integrazioni: la seconda, collettiva, basata sui fondi pensione; la terza, individuale, alimentata dai piani pensionistici personali proposti dalle compagnie di assicurazione oppure dai fondi aperti.
Ma la costruzione dei due nuovi pilastri procede a rilento. Pesa anche l’incertezza legislativa: per questo il governo vuole accelerare la legge delega sulla riforma previdenziale, presentata da oltre un anno e mezzo in Parlamento. Intanto un primo risultato è stato raggiunto: è stata accantonata l’idea di destinare obbligatoriamente ai fondi pensione il trattamento di fine rapporto (Tfr), che molti continuano a chiamare liquidazione. Il nuovo meccanismo prevede il silenzio-assenso: chi tace acconsente e si ritroverà iscritto nei fondi pensione di categoria dove finirà anche il Tfr maturato in futuro (quello già accantonato comunque non si tocca). Chi vuole fare una scelta diversa avrà tre mesi di tempo.

Giuliano Cazzola, uno dei maggiori esperti italiani di previdenza, dice che «è stato giusto superare l’idea dell’obbligatorietà, su cui c’erano anche limiti costituzionali. Ma così penso che alla fine la gente si terrà il Tfr». Perché? Per una semplice ragione: il Tfr dà una rivalutazione sicura, i fondi pensione no. «Il rendimento del Tfr è molto competitivo e garantito, è difficile che un fondo possa dare con continuità lo stesso risultato» osserva Cazzola. È vero che nel 2003 i fondi pensione hanno reso di più, ma nel 2001 e 2002 avevano dato mediamente un risultato peggiore. E infatti i risultati dell’ultimo triennio sono significativi: come si vede nella tabella a sinistra, solo i primi quattro fondi di categoria battono la rivalutazione del Tfr.

Va ricordato che, paradossalmente, più bassa è l’inflazione, più il Tfr è una garanzia per i lavoratori: infatti per legge il rendimento è pari all’1,5 per cento fisso più i tre quarti dell’inflazione. Così nell’ultimo anno, con un rincaro dei prezzi ufficiale al 2,3 per cento, la vecchia liquidazione ha reso il 3,2, molto più di un Bot. Comunque, trattandosi di conti sul lungo termine, è meglio non farli solo su un anno. Panorama ha considerato l’ultimo triennio ed emerge per esempio che il Previambiente, fondo dei lavoratori delle aziende dell’igiene ambientale, ha avuto il miglior rendimento tra i fondi di categoria: quasi il 15 per cento nell’ultimo triennio. Dove investe Previambiente? Il 40 per cento del patrimonio è in strumenti monetari affidati alla Arca (società di gestione delle banche popolari), il 30 per cento è sull’obbligazionario, con mandato alla Morgan Stanley, il 30 per cento è sull’azionario gestito dal San Paolo Imi. Ma non a tutti è andata così bene: per esempio il Cometa, fondo pensione dei lavoratori metalmeccanici (il più grande come patrimonio), nell’ultimo triennio ha reso solo il 2,3 per cento. E nello stesso periodo il Fondenergia (lavoratori del gruppo Enel) ha perso lo 0,5 per cento.

Per chi non è soddisfatto del proprio fondo integrativo, è un’alternativa il fondo pensione aperto, gestito da banche e compagnie di assicurazione? Dopo l’approvazione della nuova legge dovrebbe essere possibile, entro tre mesi, passare dai fondi di categoria a quelli aperti. Ma su questo la polemica è aspra. Morena Piccinini, responsabile previdenza nella segreteria Cgil, ritiene che «i tempi previsti per la scelta del lavoratore, tre mesi dall’entrata in vigore della legge, non siano sufficienti». E il sindacato dà battaglia sull’equiparazione tra i diversi strumenti di previdenza: «Le polizze assicurative, secondo Cgil, Cisl e Uil, vanno distinte nettamente rispetto al secondo pilastro che deve comprendere sia i fondi di categoria sia i fondi aperti, ma rendendoli del tutto comparabili» dice Piccinini. Cosa significa? «Prevedere anche per i fondi aperti la possibilità che i lavoratori partecipino alla gestione».

Un modo per dire no all’equiparazione? «In realtà, vedo difficoltà per tutto il mercato dei fondi pensione, a meno che non ci siano ulteriori agevolazioni fiscali» sostiene Cazzola. Va ricordato che oggi i contributi versati alla previdenza integrativa sono deducibili fino a un tetto massimo di 5.165 euro all’anno.
Aspetto fiscale a parte, «i fondi pensione danno una rendita solo se è superiore all’assegno sociale Inps, altrimenti ai sottoscrittori viene liquidato il capitale accumulato» ricorda Andrea Lesca di Intesa Previdenza, primo gestore nei fondi pensione aperti (fa capo a Banca Intesa e Generali). E quindi? Per avere una rendita lorda annua pari a 4.667 euro (importo della pensione sociale Inps nel 2003) occorre, secondo i calcoli di Intesa Previdenza, che un uomo di 60 anni abbia maturato un capitale di 81.476 euro, cifra che sale a 93.564 euro per una donna della stessa età.

Insomma, a conti fatti occorre un capitale considerevole nei fondi pensione per poi incassare la rendita vitalizia: su 100 mila euro accumulati, la Intesa Previdenza calcola che un uomo di 60 anni otterrà 5.728 euro lordi all’anno mentre una donna della stessa età avrà solo 4.988 euro. Ma attenzione: per entrambi la rendita reversibile (che non fa perdere il beneficio all’altro coniuge in caso di morte) scende a 4.665 euro all’anno, cioè meno di 390 euro lordi al mese.

Sono calcoli impietosi: peraltro, solo versando circa il 20 per cento dello stipendio (compresi i contributi del datore di lavoro e del Tfr) si potrà sperare di ottenere una rendita soddisfacente, sostiene Altroconsumo, la maggiore delle associazioni italiane di consumatori. «Lo Stato dovrebbe rendere convenienti dal punto di vista fiscale tutti gli strumenti finanziari: azioni, fondi comuni, titoli di Stato e buoni postali, rendendoli utilizzabili per costruirsi una pensione integrativa» sostiene Paolo Martinello, presidente di Altroconsumo, che chiede a governo e Parlamento di «ascoltare non solo i datori di lavoro e i lavoratori ma anche i consumatori». E Cazzola a questo proposito fa una proposta solo apparentemente provocatoria: «Dato che in Italia è un tabù toccare la liquidazione, tanto vale considerare come risparmio previdenziale l’attuale Tfr». Insomma, la vera riforma delle pensioni sarà l’equiparazione dei vantaggi fiscali.