Pensioni, c’è voglia di riforma

02/07/2001

Il Sole 24 ORE.com






    Previdenza – Il Censis: «A fronte di contributi molto alti, l’Italia è il Paese che spende di più»

    Pensioni, c’è voglia di riforma
    Marco Peruzzi
    Un carico da 388mila miliardi nel 2000, senza pari negli altri Paesi, che assorbe il 60,1% della spesa sociale. Anche il Censis scende in campo nel dibattito sul problema previdenza. E avverte: «Non è certo una forzatura ipotizzare come necessari ulteriori non indolori interventi sugli assetti previdenziali», verso i quali, però, è anche cresciuta la consapevolezza della gente. «Dall’indagine condotta sulle opinioni degli elettori il 13 maggio scorso — scrive il Censis nel rapporto dedicato a «Conflitti potenziali e adattamenti sommersi sul fronte delle pensioni» illustrato giovedì scorso a Roma — è emerso che il 49,9% degli italiani è favorevole a un nuovo intervento sulle pensioni perché il sistema è troppo costoso, mentre il 50,1% è contrario perché si colpirebbero i diritti acquisiti». Uno a uno, quindi, ma con una particolarità: «Rispetto al ’96 — precisa infatti il Censis — è aumentata del 7,6% la quota di italiani che si dichiara convinta della necessità di mutamenti rapidi e incisivi». Sono soprattutto gli anziani (60,9%) e i dipendenti pubblici (56,0%) contrari a riforme, mentre premono per un intervento i giovani (54,5%), gli imprenditori (67,6%) e i commercianti (61,3%). «L’impressione che traiamo dall’indagine — ha detto il segretario generale del Censis Giuseppe De Rita — è che sul tema ci sia meno conflittualità di quanto ci si potesse attendere». E intanto aumenta il ricorso alla previdenza integrativa: circa 1,8 milioni di persone ne sono già coinvolte. Del resto, analizzando i dati Censis, la consapevolezza che il sistema non funzioni non può che aumentare. In Italia, infatti, a fronte dell’aliquota contributiva media più elevata — pari al 29,6% — corrisponde anche la maggiore incidenza percentuale della spesa per le pensioni di vecchiaia, di anzianità e di invalidità rispetto al complesso della spesa sociale: il 60,1 per cento. In Francia, solo per fare un esempio, a fronte di un’aliquota contributiva media del 19,8% la spesa pensionistica incide per il 41,2% su quella sociale. Ma meglio di noi stanno anche Germania, Spagna, Olanda, Svezia e Gran Bretagna. Così chi può si fa la pensione di scorta. Secondo il Censis esistono posizioni previdenziali forti e altre deboli. Tra i primi rientra quel 25% dei lavoratori che hanno sottoscritto almeno due strumenti integrativi. Un artigiano su due ha sottoscritto una polizza vita e uno su due anche un’assicurazione privata. A preoccupare — e a essere maggiormente preoccupati — sono soprattutto i giovani. A loro, rileva il Censis, sono riservate le cosiddette posizioni deboli. Non solo perché i tagli della riforma Dini (la legge 335/95) produrranno effetti soprattutto nei loro confronti con l’introduzione del regime di calcolo contributivo della pensione. Ma anche perché il 71% dei lavoratori con meno di 30 anni non possiede alcuno strumento di previdenza integrativa, mentre solo il 10,3% degli iscritti ai fondi pensione negoziali e il 10,5% di quelli iscritti ai fondi aperti ha meno di 30 anni. I giovani, dunque, in primo piano. Ma anche i più anziani, visto che il 37,7% degli attuali pensionati — è ancora il Censis a rilevarlo — percepisce meno di un milione al mese.
    Lunedí 02 Luglio 2001
 
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