“Pensioni” Categorie flessibili e dimenticate

10/01/2007
    mercoledì 10 gennaio 2007

    La Pagina 3

    Pensioni, categorie flessibili e dimenticate

      A costo minimo
      Adeguare la posizione
      contributiva di questi
      lavoratori sarebbe
      possibile con un onere
      contenuto per lo Stato

      850 mila persone
      Sono i lavoratori
      parasubordinati,
      discriminati dai
      contratti e dal sistema
      pensionistico

        Felice Roberto Pizzuti

        L’insostenibilità dell’esigua copertura pensionistica che si prospetta con l’assetto attuale del sistema previdenziale è particolarmente acuta se si pensa ai lavoratori parasubordinati, una categoria molto trascurata dalle riforme susseguitesi a partire dagli anni ’90. Per queste categorie, naturalmente, il problema è a monte, cioè nell’inadeguatezza della forma contrattuale che con buona pace delle migliori intenzioni, traduce la flessibilità in minori oneri contributivi per il datore di lavoro.

        Stante il metodo contributivo, che lega le prestazioni ai contributi versati, la via maestra sarebbe e sperabilmente dovrà essere l’eliminazione di queste forme contrattuali discriminatorie, così da eliminare anche la conseguente peggiore condizione previdenziale. In attesa che ciò avvenga – facendo attenzione a non trasformare un intervento provvisorio nella spinta a rafforzare la stabilità di quelle forme contrattuali che distorcono il mercato del lavoro – con una spesa relativamente bassa sarebbe possibile prevedere aumenti contributivi, anche figurativi.

        Nel Rapporto sullo stato sociale del 2006 è stato simulato un intervento a favore di circa 850.000 lavoratori parasubordinati, prevedendo un aumento figurativo dell’aliquota contributiva di cinque punti e il pagamento di tutta la contribuzione anche per i periodi di inattività tra un contratto e l’altro (stimati attorno all’8% dell’intera attività lavorativa). Per i lavoratori, i tassi di sostituzione rispetto all’ultima retribuzione aumenterebbero di circa 15 punti; considerato che la recente legge finanziaria ha già incrementato l’aliquota contributiva a carico dei parasubordinati, con l’ulteriore aumento figurativo si salirebbe ad una copertura pensionistica vicina a quella attuale, pur insoddisfacente, dei lavoratori dipendenti. Per lo stato, questa contribuzione comporterebbe un onere contenuto a circa 900 milioni di euro, pari allo 0’07% del Pil.

        Un provvedimento di cui molto si discute è l’eliminazione dell’assurdo "scalone" cioè dell’aumento di tre anni dell’età di pensionamento per anzianità concentrato al primo gennaio del 2008 dalla riforma Maroni. Sostenendo che il venir meno dello scalone costerebbe maggiori spese fino a circa 9 miliardi di euro nel 2013, viene proposto che esso sia sostituito da tre "scalini" a partire già dal 2007. Ma quell’onere, ovviamente, è solo presunto e non tiene conto della fuga dal lavoro, suscitata proprio dalla minaccia dello scalone o degli scalini, di coloro che prima del 2008 potevano e possono andarsene in pensione. Dopo la "fuga", il risparmio ascrivibile al rinvio coatto dell’età di pensionamento (di tre anni tutti insieme o dilazionati) andrebbe ridimensionato, poiché è diventata una misura molo meno influente rispetto alla nuova tendenza spontanea.

        La questione di fondo sottostante rimane l’età effettiva di pensionamento che, tuttavia, in Italia è pressoché in linea con quanto avviene negli altri paesi europei (dove però i lavoratori cinquantenni che perdono il lavoro vengono accompagnati al pensionamento anticipato con gli ammortizzatori sociali) e sta aumentando spontaneamente. Come si è visto nel precedente articolo (6 gennaio), la questione va anche inquadrata nel nostro specifico contesto economico e occupazionale dove una forzatura dell’avanzamento del ritiro dal lavoro potrebbe essere controproducente per la capacità e la qualità del nostro apparato produttivo.

        Nel dibattito previdenziale c’è anche una proposta, latente, di vero e proprio stravolgimento dell’assetto organizzativo attuale. Essa prevede come primo pilastro una prestazione pensionistica di base simile alla pensione sociale (circa 350 euro) riconosciuta a tutti i cittadini; la pensione finanziata dai contributi (il secondo pilastro) andrebbe sostanzialmente ridimensionata, riducendo la contribuzione delle imprese; il terzo pilastro sarebbe costituito dai fondi pensione privati.

        L’obiettivo di ridurre il costo del lavoro che guida questa proposta in parte è stato già raggiunto con la riduzione del cuneo fiscale operata nella legge finanziaria; la cosa sorprendente (o no?) è che essa rimane presente anche in alcuni ambienti della sinistra dove pure dovrebbe esserci più sensibilità per capire (si veda anche l’articolo 38 della Costituzione) che la pensione è un’assicurazione che riguarda chi vive di lavoro e non il cittadino in quanto tale; quest’ultimo, infatti, può sostenersi anche con redditi che non vengono meno con l’invecchiamento o con l’invalidità. Il problema da affrontare è l’espulsione totale di elementi solidaristici generato dall’applicazione puntuale del metodo contributivo al posto del retributivo. Ma, trattandosi di pensioni, è una solidarietà che la collettività deve esercitare nei confronti dei lavoratori. Uno strumento idoneo a tale scopo potrebbe essere la reintroduzione dell’integrazione al minimo pensionistico riconosciuta a quei titolari di una posizione assicurativa col sistema pubblico che, raggiunta l’età di vecchia con un minimo di storia contributiva, non abbiano maturato una prestazione socialmente adeguata.

        Un altro aspetto del sistema attuale che non può permanere a lungo è la mancanza completa d’indicizzazione delle pensioni all’andamento reale delle retribuzioni abolita dalla riforma Amato del 1992. La forbice che già si è aperta tra redditi da lavoro e da pensione si accentuerà se ci sarà una benché minima ripresa della crescita, accelerando la diffusione dei pensionati poveri. Reintrodurre il collegamento delle pensioni alle retribuzioni è una operazione costosa che, tuttavia, può essere effettuata con gradualità, iniziando dai pensionati più anziani e con prestazioni più basse. Poiché se la popolazione invecchia sensibilmente è fisiologico un certo aumento del reddito nazionale ad essi destinato, non c’è affatto da stupirsi che almeno una parte delle maggiori entrate fiscali possa essere indirizzata alla riforma della previdenza. Peraltro, questa evenienza non servirebbe solo al riequilibrio sociale, che – insieme al risanamento del bilancio pubblico – pure viene ripetutamente inserito tra gli obiettivi del governo. Infatti, c’è anche il terzo obiettivo, giustamente fissato nel rinnovamento del sistema produttivo; esso deve essere perseguito incentivando le imprese e i lavoratori a rischiare per intraprendere profonde ristrutturazioni dell’apparato attuale che è molto "maturo". Ma a tal fine è necessario anche garantire reti di sicurezza come ammortizzatori sociali almeno decenti e, tra l’altro, una maggiore sicurezza per la vecchiaia dei lavoratori; questa, invece, viene sistematicamente messa in dubbio dai ricorrenti propositi di riforme punitive e dalla spinta a privatizzare la previdenza che accentuerebbe l’instabilità delle prestazioni.

        Infine, occorre anche pensare al funzionamento degli enti che amministrano il sistema pensionistico pubblico i quali stanno soffrendo, da parte del governo, di una protratta trascuratezza intervallata da improvvisazioni. E’ sintomatico che nel bel mezzo del passato mese di agosto si siano affacciati nel dibattito estemporanee ipotesi di accorpamento tra enti che, invece, meriterebbero il supporto di seri studi di fattibilità. Tanto più che almeno nel caso di Inps (che amministra i lavoratori del settore privato) e Inpdap (che amministra i lavoratori del settore pubblico) della cui fusione si è parlato, si tratta di enti con utenze nettamente distinte per le quali avrebbero poco senso "sportelli unici" o unificazione di servizi. Viceversa, cercare d’omogeneizzare procedure amministrative, burocratiche e informatiche sarebbe un compito arduo, lungo e costoso.