Pensioni, Bossi silura la riforma

26/02/2004


GIOVEDÌ 26 FEBBRAIO 2004

 
 
Pagina 8 – Economia
 
 

Pensioni, Bossi silura la riforma
Fini: ma non si tocca più. Allarme Ds: tasse più alte del 12%
          Il leader della Lega: "Costa più di quanto incassa, lavoratori colpiti". Il vicepremier: "Varo entro 20 giorni". Oggi l´iter al Senato

          Tremonti deve accreditarsi a livello internazionale ma non può toccare gli assegni dei lavoratori che pagano le tasse, che sono al Nord, e non quelli dei falsi invalidi, che sono al Sud. Bisogna ridiscutere l´Italia prima della previdenza
          RICCARDO DE GENNARO


          ROMA – Il leader della Lega Nord, Umberto Bossi, piccona la riforma previdenziale: «Costa più di quello che incassa». Non solo: «A pagare sono sempre gli stessi, i lavoratori». La bocciatura del Senatùr arriva proprio mentre il «suo» ministro Roberto Maroni si accinge a portare il testo della riforma in commissione Lavoro del Senato, nella sua versione definitiva. Bossi sottolinea che «Tremonti fa come hanno fatto gli altri: tocca le pensioni dei lavoratori del Nord, non quelle dei falsi invalidi del Sud». Il "patron" della Lega, tuttavia, giustifica Tremonti: «Lo capisco: deve accreditarsi a livello internazionale, se vai all´estero senza niente in mano ti mandano via».
          In serata, dai teleschermi di "Porta a porta", arriva la replica del vicepremier Gianfranco Fini, che dice di aver «letto con una certa sorpresa le dichiarazioni di Bossi, il quale forse però rispondeva a una domanda posta in modo ambiguo». Fini taglia corto: «L´emendamento presentato alle parti e al Senato non è suscettibile di modifiche sostanziali». Secondo Fini, che comunque non esclude modifiche marginali, la riforma potrà essere approvata dal Senato entro 20 giorni. È la Confindustria, però, a tornare all´attacco dopo il tramonto della decontribuzione sui nuovi assunti: «Nessuno pensi che si possa fare una riforma delle pensioni senza la decontribuzione per i neoassunti – dice il vicepresidente Guidalberto Guidi – o senza la compensazione dei danni che verrebbero al sistema delle imprese dalla dazione del Tfr».
          L´attacco di Bossi segue di un giorno la nuova proposta della Lega finalizzata all´apertura di un terzo canale d´uscita per la pensione di anzianità: tenere ferma, nel 2008, l´età anagrafica a 57 anni, alzando da 35 a 38 quella contributiva. L´ipotesi, che dovrebbe essere «tradotta» in un sub-emendamento, si affiancherebbe così alle «soluzioni» contenute nella riforma del governo: i 40 anni di contributi e a quello che prevede 60 anni di età (e 35 anni di contributi) nel 2008, 61 nel 2010 e 62 nel 2014 con l´obiettivo di un risparmio sulla spesa previdenziale dello 0,7 per cento del Pil.
          La proposta della Lega e la mossa di Bossi si possono facilmente iscrivere in una strategia che punta ad alzare il tiro con i colleghi di maggioranza sul federalismo e la devolution, ma sono anche interpretabili alla luce delle caratteristiche dell´elettorato leghista, fatto soprattutto di lavoratori che hanno cominciato a lavorare presto. Come rilevano, gli economisti de "la voce.info", «quasi la metà delle pensioni di anzianità corrisposte a lavoratori non vecchi sono localizzate nelle regioni dove la Lega ottiene gran parte dei suoi voti». Nel frattempo, circola negli ambienti Inps l´ipotesi di un aumento dell´età per la pensione di vecchiaia delle donne da 60 a 61 anni (gli uomini sono a 65 anni).
          I Ds, intanto, in vista della loro assemblea sul lavoro in programma sabato a Torino, battono ancora – con nuova documentazione – sul tasto dell´impoverimento del Paese. In particolare, sottolinea il segretario Piero Fassino, la pressione fiscale complessiva su lavoratori dipendenti e pensionati è aumentata tra il 2001 e il 2004 del 12 per cento, «alla faccia della riduzione fiscale promessa dal governo». Fassino sintetizza in questo modo l´Italia di Berlusconi: «La promessa di "un milione" a tutti i pensionati con la minima resta soddisfatta fin qui per meno del 20 per cento di loro; nell´ultimo anno l´occupazione non è più cresciuta, le retribuzioni, salite costantemente dal ´96 al 2001, scendono a partire dal 2002; la pressione fiscale sui redditi da lavoro cresce; la lotta all´evasione diminuisce, si riducono i consumi».