Pensioni, An e Lega bocciano il premier

07/11/2005
    domenica 6 novembre 2005

      Pagina 8 – Economia e Finanza

      L’IDEA DI LAVORARE FINO A 68 ANNI FINI: «ALZARE I LIMITI DI ETA’ NON E’ PENSABILE, NON SIAMO D’ACCORDO. LO DIRO’ ANCHE A BERLUSCONI»

        Pensioni, An e Lega bocciano il premier

          Per Maroni è solo «la proposta di un uomo fortunato che può rigenerarsi in luoghi ameni»

            Raffaello Masci

            ROMA
            Sulle pensioni Fini blocca ogni fuga in avanti di Berlusconi. Sarà che con la nuova legge elettorale proporzionale è importante innalzare il proprio vessillo, fatto sta che nella casa delle libertà sono iniziate se non le ostilità almeno i «distinguo». Quello più recente è sulla previdenza. Tema caro alla compagine di governo che su questa materia ha appena varato una riforma, spendendo la sua credibilità e anche la sua forza numerica.

            Tuttavia, da quando Silvio Berlusconi ha fatto riferimento (non di una compiuta proposta infatti si tratta) all’opportunità di innalzare ulteriormente l’età pensionabile fino a 68 anni, si è riaperta una polemica che ieri ha coinvolto tutto lo stato maggiore della Cdl.

            Al premier, infatti, ha replicato il vice, Gianfranco Fini, peraltro con una frase perentoria che non ammette repliche: «Non è ipotizzabile – ha detto ad una manifestazione del suo partito – aumentare l’età pensionabile. Noi di An non siamo d’accordo e lo dico anche a Berlusconi».

            Se mai ce ne fosse stato bisogno, anche un suo ministro – Gianni Alemanno – ha rimarcato il medesimo punto di vista, ribadendo che «una riforma delle pensioni è stata già fatta e non può essere modificata ogni sei mesi o ogni anno». L’argomento, per An, è dunque chiuso. E se Berlusconi ha strizzato l’occhio all’ala liberista del suo partito che non ha buoni rapporti con la logica «socialdemocratica» dello stato sociale, An si è smarcata innalzando la bandiera dei pensionati e dei lavoratori. Ma a sentirsi parte lesa, dopo l’uscita di Berlusconi, è stato soprattutto il leghista Roberto Maroni, che ha preso l’intervento del premier come una imboscata a dir poco intempestiva, in quanto giunta alla vigilia degli ultimi adempimenti legislativi sulla riforma della previdenza complementare, che vuole il trasferimento del Tfr ai fondi pensione. E quindi è del tutto comprensibile la sua irritazione: «Ci sono due modi – ha detto il ministro – per aumentare l’età pensionabile. Uno è brutale, per legge, sul quale abbiamo già dato. L’altro è concordato, morbido, e si esprime con l’incentivo a ritardare il pensionamento, il superbonus. I dati dell’Inps sul superbonus confermano che questa è la strada giusta e che gli increduli sono stati smentiti». Quindi, secondo Maroni «il capitolo è chiuso». Quanto all’iniziativa di Berlusconi, ha detto il ministro, «la sua – ha detto – è una posizione personale, anzi personalissima, da cittadino, da uomo fortunato che ha la possibilità di rigenerarsi in luoghi ameni». Toni, forse, un po’ sopra le righe quelli del ministro leghista, tant’è che a difesa del premier sono dovuti scendere in campo i pasdaran di Forza Italia, capeggiati dal vicecoordinatore Fabrizio Cicchitto, il quale intanto ha argomentato che «l’onorevole Berlusconi, nel suo discorso di qualche giorno fa, non aveva proposto l’aumento dell’età pensionabile, che non è all’ordine del giorno, ma aveva sviluppato una riflessione sulla condizione di vita, di reddito e di lavoro degli italiani». Quindi il furore del ministro del Welfare era male orientato: «l’onorevole Maroni – ha detto Cicchitto – ha perso una ottima occasione per tacere o per parlare d’altro».

              Inutile dire che la sola larvata ipotesi di ritoccare le pensioni ha catalizzato contro il governo tutta l’irritazione sindacale, dai livelli periferici in su, fino alle segreterie generali. Ma l’effetto politico che si voleva sortire è stato raggiunto: esiste la Cdl, ma esistono soprattutto i partiti al suo interno.