Pensioni 3 – Un macigno da 40 miliardi

08/07/2003

      Lunedí 07 Luglio 2003

      ll nodo previdenziale



      Pensioni, un macigno da 40 miliardi
      È l’esborso dell’Inps previsto nel 2003 per i trattamenti d’anzianità


      Nonostante i sindacati minaccino scioperi e agitazioni e reagiscano con un’asprezza degna di miglior causa alla dura reprimenda dell’Ocse, la questione dei trattamenti di anzianità (quale snodo decisivo per posticipare il pensionamento) si è riproposta con forza nel dibattito sulla delega previdenziale. Ma che consistenza ha il fenomeno che da anni blocca le riforme?
      Scenari incredibili.
      Un recente studio del Coordinamento statistico attuariale dell’Inps apre – limitatamente alla situazione dell’Istituto – scenari incredibili.
      Per la voce anzianità (vedi tabelle a fianco) l’Ente prevede di spendere (con riferimento all’insieme delle pensioni vigenti alla data del 1° gennaio 2003) la bellezza di 40 miliardi rispetto agli 81 miliardi del comparto vecchiaia/anzianità (inclusi i 6 miliardi per lo stock di prepensionamenti) e ai 117,6 miliardi dell’intero settore invalidità, vecchiaia, superstiti (Ivs). In sostanza, l’Inps finanzia l’anzianità con una quota maggiore (di 5 miliardi di euro) di quella destinata alla vecchiaia in senso proprio.
      La situazione è simile in tutte le gestioni Assicurazione generale obbligatoria (Ago), con la lodevole eccezione dei commercianti, la cui Cassa eroga trattamenti di vecchiaia per 3 miliardi contro i 2,2 destinati all’anzianità.
      Pure negli ex fondi speciali, sostitutivi dell’assicurazione generale obbligatoria (i più importanti sono confluiti nel Fondo dei lavoratori dipendenti) si verifica il medesimo trend. Se poi volessimo azzardare una stima relativamente agli altri Istituti (meno trasparenti e documentati dell’Inps) arriveremmo a esiti ancor più sorprendenti. Una marea di soldi. L’Inpdap per lo stock del pensionamento anticipato spende nel 2003 circa 20 miliardi. Aggiungendo gli altri regimi (lavoratori dello spettacolo, giornalisti, dirigenti industriali, ferrovieri eccetera) ci si accorge che l’Italia riserva al segmento privilegiato del sistema pensionistico (3-3,5 milioni di persone) un ammontare pari ai tre quarti delle risorse che permettono al Servizio sanitario di assistere 57 milioni di italiani. Si dirà, ed è vero, che tali vicende hanno un’origine lontana, a cui si è posto rimedio – e questo è meno esatto – con le riforme degli anni 90. Ma i dati maligni ritornano a colpire nel segno. Nell’Inps ben 22 miliardi (più della metà delle somme usate per onorare gli impegni con i baby pensionati) finanziano gli assegni di persone in quiescenza anticipata (1,4 milioni), che non hanno tuttora un’età inferiore alla soglia di vecchiaia. In larga misura si tratta di lavoratori ritiratisi dopo l’entrata in vigore della legge Dini (basti pensare che quelli andati in pensione anticipata, dal ’99 a oggi, sono poco meno di 900mila). In altre parole – e questo è solo un caso di scuola -, se nel ’95 fossero state abolite le pensioni di anzianità, adesso l’Italia potrebbe risparmiarsi una robusta manovra di bilancio. Proposte interessanti.
      Tra le tante proposte di riordino, interessanti ci sembrano quelle del Rapporto Free Foundation, che anticipiamo, le quali riecheggiano altre circolate negli ultimi giorni. Innanzitutto, fino al 31 dicembre 2005, a coloro che usufruiscono della pensione anticipata facendo valere requisiti inferiori a 57 anni di età e 35 di contributi oppure a 40 anni di versamenti, si applica il calcolo contributivo (e di conseguenza i relativi coefficienti di trasformazione) con decorrenza retroattiva dal 1° gennaio 1996. In secondo luogo, vanno rimodulate le "finestre", riducendole a una sola nel corso dell’anno con scivolamento delle altre all’inizio dell’anno successivo. Poi, si accelera l’andata a regime (rispetto all’attuale traguardo del 2008) del canale solo contributivo, in modo di pervenire a 40 anni di anzianità nel 2006, quando, nell’altro canale, si raggiungeranno, in tutte le tipologie considerate, i 57 anni di età e i 35 di versamenti. Inoltre, si istituisce un contributo di solidarietà dello 0,50% sulle pensioni di anzianità in vigore al 31 dicembre 2003, limitatamente alla differenza tra l’importo dell’assegno percepito e quello della pensione media di vecchiaia erogata dall’Ente di appartenenza. Infine, con decorrenza dal 2006 lo schema dei requisiti previsti per il pensionamento di anzianità viene ridefinito fino a raggiungere gradualmente, entro il 2014, le soglie congiunte di 62 anni di età e 40 di contributi oppure di 42 anni di anzianità a prescindere dall’età anagrafica.
      Queste misure – secondo Free – dovrebbero assicurare un risparmio cumulato, nel prossimo triennio, dell’ordine di oltre 4 miliardi.

      ARTEMIO RUGGERI