Pensioni 1 – Secondo pilastro ancora a metà

08/07/2003



      Lunedí 07 Luglio 2003
      ll nodo previdenziale


      Il secondo pilastro è ancora a metà
      Fondi integrativi insufficienti per alleggerire gli oneri obbligatori


      Una vita media che si allunga, un welfare sempre più difficile da sostenere, uno squilibrio crescente nei livelli di tutela tra vecchie e nuove generazioni di lavoratori. Ridotta all’osso, la questione previdenziale si riassume tutta in questo difficile incastro, una sorta di labirinto all’interno del quale Governi e legislatori dei Paesi più sviluppati, nessuno escluso, cercano di trovare un filo d’Arianna che porti all’uscita. Senza trascurare un fattore tutt’altro che secondario allorchè si parla di sistemi pensionistici: le soluzioni devono essere tali non solo nel breve ma anche, e soprattutto, nel medio-lungo termine.
      Graduale integrazione.
      Verrà dalla previdenza complementare la risposta vincente? L’Unione europea sembra crederci, ma non fino in fondo. Lo dimostra un approfondito studio dell’Ania, l’Associazione nazionale delle imprese assicuratrici, e dell’Irsa, l’Istituto di ricerche e studi sul settore assicurativo, reso noto alcuni giorni fa e presentato in un convegno a Roma. «Accanto alla riduzione delle prestazioni offerte dai programmi pubblici – spiega Giampaolo Galli, direttore generale dell’Ania e autore del rapporto – sta prendendo quota l’idea di una graduale integrazione dei sistemi statali con piani pensionistici a partecipazione privata. Tuttavia le riforme fin qui intraprese si sono prevalentemente limitate ad apportare correttivi, senza cambiare gli assetti strutturali. Così lo sviluppo della previdenza integrativa è dipeso più che altro dall’esistenza di incentivi fiscali, senza un reale trasferimento di risorse dal primo al secondo pilastro. In pratica, con l’eccezione del Regno Unito, gli schemi privati hanno fin qui mantenuto un carattere aggiuntivo, non sostitutivo, rispetto alle prestazioni assicurate dai sistemi a ripartizione». In ogni caso la ricerca conferma – com’era logico attendersi – che esiste una correlazione inversa tra livello delle prestazioni pubbliche e grado di sviluppo della previdenza complementare: non a caso Gran Bretagna e Paesi Bassi, dove i valori percentuali della spesa pubblica sul Prodotto interno lordo sono decisamente bassi (rispettivamente al 5,5 e al 7,9% nel 2000), sono invece ai vertici della graduatoria relativa all’incidenza delle prestazioni pensionistiche complementari. Un ruolo molto importante spetta ovunque ai sindacati e alle organizzazioni dei datori di lavoro: esistono anche Paesi (Olanda, Danimarca e Svezia) nei quali le parti sociali stipulano contratti collettivi per pensioni professionali di categoria ad adesione obbligatoria. Al netto di questi casi, però, la tendenza generale è a prevedere versamenti su base volontaria. Decisivo risulta lo stimolo fiscale, calibrato a seconda della durata dei piani previdenziali e della tipologia di prestazioni erogate. Ovunque gli sconti dall’imponibile sono legati al rispetto di una griglia di condizioni poste dal legislatore a tutela dei sottoscrittori.
      Allargare la platea.
      La sfida di fondo, per tutti i Paesi europei, resta quella di allargare il più possibile la platea contributiva. «Come si è cercato di fare in Italia con la riforma del 2000 – afferma Galli – l’obiettivo è recuperare le fasce di lavoro dipendente con redditi medio-bassi, i lavoratori autonomi e, più in generale, i segmenti di popolazione non raggiungibili attraverso i canali collettivi». Con una sostanziale differenza rispetto al passato: mentre fino a poco tempo fa per i piani pensionistici individuali si parlava di "terzo pilastro" previdenziale, in aggiunta o in contrapposizione al "secondo pilastro" costituito dagli schemi collettivi, oggi tutte le forme complementari rispetto al sistema pubblico, anche le più flessibili, vengono attratte nell’orbita della previdenza integrativa, purchè rispettino i requisiti posti dalla legge. C’è più spazio di crescita, dunque, per le soluzioni, anche individuali, che si mantengano entro i vincoli di sistema suggeriti dalle diverse realtà nazionali.
      Due avvisi.
      La ricerca Ania-Irsa si chiude con un doppio segnale d’avviso, che riguarda la sicurezza dei risultati della gestione finanziaria e la tenuta delle ipotesi demografiche alla base del computo delle rendite. Aspetti tecnici, ma con una ricaduta diretta su quantità e qualità delle prestazioni. Basti ricordare, per esempio, che i progressi della scienza e della medicina stanno determinando in tutta Europa un sistematico incremento della speranza di vita media: la spinta alla previdenza complementare deve ripartire anche da questa consapevolezza.

      PAGINA A CURA DI ELIO SILVA