Pensione dopo 40 anni ma non in caso di esuberi

17/09/2003

       
       mercoledì 17 settembre 2003
      Pagina 8 – Economia
 
 
      IL PROGETTO
      Il piano del governo per il 2008: si studiano le deroghe possibili

      Pensione dopo 40 anni ma non in caso di esuberi

      RICCARDO DE GENNARO


      ROMA – Berlusconi annuncia che «l´accordo sulle pensioni è vicino», anzi è ormai «ufficioso», ma i tecnici del Tesoro, coadiuvati dal commissario dell´Inps, Gianpaolo Sassi, sono ancora al lavoro per trovare una «formula» che da un lato accontenti Bruxelles permettendo al governo di incassare l´ok dell´Europa alle misure una tantum sui conti pubblici e, dall´altro, non scateni il conflitto sociale. Il fulcro della «riforma» è il passaggio dai 35 ai 40 anni di contributi necessari per la pensione d´anzianità «a ridosso del 2008», come dice il ministro Tremonti. Consapevole, tuttavia, che a un allungamento secco di cinque anni della vita lavorativa i sindacati risponderebbero con la mobilitazione. Di qui, la necessità di «ammorbidire» i gradini di uscita, garantendo uno «sconto» progressivo sui 40 anni a chi a quella data sta tra i 30 e i 35 anni di anzianità contributiva.
      Incurante dei ripetuti proclami di unità delle tre confederazioni sindacali sul tema pensioni, il governo si è mosso per sondare gli umori del leader della Cisl, Savino Pezzotta, e verificare un´eventuale apertura del sindacato cattolico nei confronti di una riforma più soft. La coalizione di maggioranza confida poi nel favore di aree del centrosinistra che – in caso di vittoria elettorale nel 2006 – si troverebbero bell´e pronta una riforma strutturale delle pensioni senza doversene assumere la responsabilità.
      Resta il problema delle aziende, che hanno spesso approfittato della mobilità verso la pensione per espellere gente dalle fabbriche. Di qui l´ipotesi di una deroga rispetto al limite dei 40 anni, oltre che a favore dei lavoratori impegnati in mansioni usuranti, anche per le imprese che varano piani di ristrutturazione aziendale (la Confindustria l´ha chiesto esplicitamente). Il governo ha già previsto, infatti, che la riforma dell´anzianità – secca o graduale che sia – non varrà per i lavoratori che sono stati coinvolti in programmi di mobilità verso la pensione da parte delle imprese. Per il futuro non si sa. «Non so di quale consenso parla Berlusconi, quella riforma è una contro-riforma», dice Epifani.
      «L´innalzamento di cinque anni del limite per l´anzianità comporterebbe l´aumento dell´età media di uscita dal lavoro a 63-64 anni», stima Beniamino Lapadula, Cgil. Secondo il quale due regimi diversi per i lavoratori che optano per l´anzianità e lavoratori espulsi prima dei 40 anni di contributi potrebbe essere anticostituzionali: «L´unica ipotesi possibile sarebbe il ritorno ai prepensionamenti, decisi di volta in volta per legge»
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