Pensione di anzianità più lontana

30/04/2004



 
 
 
 
ItaliaOggi Lavoro e Previdenza
Numero 103, pag. 44 del 30/4/2004
Autore: di Domenico Comegna
 
Pensione di anzianità più lontana
 
Le principali novità previste dalla delega previdenziale che ha iniziato l’iter nell’aula del senato.
A riposo con 40 anni di contributi. Donne: niente vecchiaia
 
Confermata la busta paga più pesante del 32,7% per chi rinvia l’uscita dal lavoro e pensione di anzianità più difficile da raggiungere (non prima di 40 anni). Sono questi, insieme al rilascio di una certificazione da parte dell’ente di previdenza circa il raggiungimento del requisito utile a pensione (qualunque cosa accada), i punti più interessanti contenuti nel testo della legge delega sulla riforma previdenziale che ha ottenuto il via libera dalla commissione lavoro del senato e che ha iniziato ieri il suo iter nell’aula di Palazzo Madama (si veda la scheda riepilogativa).

Anzianità più lontana

L’intervento, abbastanza ´pesante’, consiste sostanzialmente nell’abolizione delle pensioni di anzianità. Dal 2008, infatti, le donne andranno in pensione con i requisiti per la vecchiaia (60 anni), oppure si dovrà aspettare la maturazione dei 40 anni di anzianità contributiva, o ancora ci si potrà ritirare con più blanda combinazione ´57 di età e 35 di contributi’ avendo diritto, però, soltanto alla (meno vantaggiosa) pensione contributiva. Il lavoratore manterrà quindi il diritto di ritirarsi a un’età più giovane di quella prevista per la vecchiaia, ma dovrà scontare questo diritto accontentandosi del livello di benefici corrispondente ai contributi versati e alla sua più giovane età di pensionamento. L’aspetto positivo dell’intervento sulle pensioni di anzianità sta nella sua sostanziale coerenza rispetto al disegno impostato con la riforma del 1995. L’aspetto negativo è legato alle modalità di attuazione, ossia all’assenza di gradualismo: nessuno realisticamente si aspetta un crollo del sistema previdenziale nei prossimi quattro anni in mancanza di interventi drastici. E tale assenza fa sorgere un problema di equità fra chi andrà in pensione prima del 2008 e chi dopo. Già la riforma del 1995 ha creato rigide barriere fra i lavoratori, in particolare la divisione fra quanti avevano 18 anni di contributi nel 1995, esclusi anche dal pro rata, e quelli che erano al di sotto, soggetti invece al pro rata, rappresentano ancora oggi un fattore di discriminazione.

Bonus a chi rinvia

È una scommessa basata sul fatto che l’incentivo (32,7% della busta paga, esentasse) risulti davvero efficace e quindi convinca molti pensionandi a continuare a lavorare, contribuendo a ridurre la spesa. L’efficacia del bonus dipende infatti da più fattori, dal modo in cui i lavoratori valuteranno il trasferimento dei contributi dalle casse dell’Inps, dove sarebbero comunque versati a loro nome, alle proprie tasche, dalla possibilità di cumulare la pensione con il reddito da lavoro (oggi limitata ai lavoratori con almeno 58 anni di età e 37 di contributi) e dall’aspettativa di ciò che potrà succedere nei prossimi anni.

Tutto contributivo

Se ne è solo parlato molto, ma non ha trovato spazio concreto. Forse andava valutata la possibilità di introdurre il pro rata del metodo contributivo per tutti da subito. Questa misura produce nei primi anni modesti risparmi. Il suo effetto è però crescente non tanto in conseguenza, come si ritiene comunemente, del meccanismo di calcolo in sé quanto piuttosto per l’applicazione dei meccanismi di correzione attuariale che vi sono connessi (almeno per la quota calcolata con il metodo contributivo).

Giovani

La riforma del 1995, che materialmente non ha trovato ancora applicazione, è già in procinto di essere riformata. Principio fondamentale del metodo contributivo: se ciascun lavoratore ´si paga’ la propria pensione (con i contributi versati nel corso della vita lavorativa) è naturale che sia il lavoratore stesso a decidere la decorrenza del trattamento, e magari anche a decidere che tale decorrenza sia sganciata dal momento dell’effettivo completo ritiro dall’attività lavorativa. Questa flessibilità sarà stravolta dalle nuove disposizioni che rivelano un’implicita sfiducia nella capacità dei singoli di adottare scelte responsabili. La modifica all’attuale normativa prevede infatti una nuova differenziazione fra uomini e donne (scarsamente giustificabile) e indica un’età minima di pensionamento che nel caso degli uomini può oggettivamente considerarsi elevata: 65 anni di età contro i 60 previsti per le donne.

È vero che in alternativa all’età è previsto un pensionamento in presenza di una contribuzione di 40 anni, difficilissima da raggiungere visto come vanno le cose nel mondo del lavoro, ma un’anzianità così lunga sembra difficilmente compatibile con la logica del metodo contributivo.

Invece di questo rigido meccanismo parrebbe più consono alla logica del sistema collegare l’età minima di 57 anni fissata nel 1995 agli incrementi della speranza di vita residua. Ciò rappresenterebbe un intervento molto più lineare e molto più conforme alla filosofia di base del regime contributivo, oltre che rispettoso della libertà di scelta degli individui. (riproduzione riservata)