Pensionati «attivi» e anomalie locali. Regole da trovare

05/02/2010

Un congresso difficile, questo che sta affrontando la Cgil. Due mozioni contrapposte «senza aree predefinite e senza rete» sono una novità che ha messo in crisi le modalità di gestione usuali; fino a sollevare molte contestazioni da parte della seconda mozione, «La Cgil che vogliamo».Maintanto, come dice Carlo Podda, segretario generale della Funzione pubblica, «sgombriamo il campo dagli equivoci: la Cgil è una delle grandi organizzazioni di massa in questo paese – probabilmente l’unica – in grado di condurre un dibattito del genere, che coinvolge milioni di persone, garantendo una solidissima intelaiatura democratica, con un secolo di storia alle spalle». Detto questo, i problemi non mancano. La «novità» non è stata molo gradita e le critiche illustrate anche ieri dalla «mozione 2» sono articolate e documentate. Già il fatto che le assemblee di base siano state «costipate» in soli 20 giorni crea problemi di presentazione di entrambi i documenti congressuali. Ma la contestazione principale riguarda il «ruolo politico» assunto questa volta dal sindacato dei pensionati (Spi). La cui partecipazione ai congressi – prima – avveniva con la formula della «quota di solidarietà»: lo Spi, in pratica, «cedeva alla confederazione » il 50% della propria «dote» di delegati, e la Cgil provvedeva a ripartirla tra le varie camere del lavoro territoriali in base ai voti presi dalle varie posizioni nelle categorie «attive». Un modo per riconoscere che, in effetti, le politiche contrattuali – «la linea sindacale » – riguardano soprattutto gli iscritti che la mattina vanno a lavorare.
Stavolta, invece, lo Spi ha deciso di non cedere quel 50% mantenendo le percentuali espresse dai soli pensionati. Questo – spiegano Gianni Rinaldini (Fiom), Nicoletta Rocchi (segretario confederale) e Podda – «indipendentemente da per chi votano i pensionati, cambia il rapporto tra lo Spi e la Cgil». Cambia infatti «la platea congressuale », le percentuali dei delegati. Ma, come ha garantito due giorni prima lo stesso segretario generale Guglielmo Epifani, «ci deve essere proporzionalità esatta» tra i voti e l’assemblea congressuale. Insomma: tolto il meccanismo compensativo dato dalla «quota di solidarietà» ne va trovato un altro. «A occhio, o aumentando il numero dei delegati, oppure attraverso le categorie ». Per ora, però, non è chiaro come si farà. E, a congresso aperto, non è un problema da poco.
La grana più antipatica riguarda comunque alcune anomalie rilevanti registrate nelle assemblee già effettuate (circa un terzo del totale). Alcune delle quali vedono la presenza di esponenti di entrambe le mozioni, altre soltanto della prima (di fatto, dell’attuale gruppo dirigente). «Tra le categorie attive – riferisce la Rocchi – nelle assemblee in cui siamo entrambi presenti la partecipazione è intorno al 45%; dove c’è soltanto la prima si registra il 76%». Vengono portati esempi concreti: «nelle assemblee Filcams dove ci siamo vota meno del 30% degli iscritti; dove non siamo presenti diventano l’80». In numerose aziende edili, la Fillea vede «una perfetta coincidenza tra numero di iscritti, di votanti e di voti per la prima mozione». E’ «un fatto, non un’accusa». Così come è «un fatto» che la partecipazione al voto risulti altissima in categorie molto frammentate, fatte di piccole imprese dove si parla di «difficoltà a raggiungere i lavoratori». Anche qui, con differenze nette ad esempio tra Emilia e Veneto (dove, in queste categorie, si registra un calo dei votanti rispetto all’ultimo congresso), e il Lazio (dove invece raddoppiano). «C’è bisogno di garantire la trasparenza», e quindi la richiesta è di pubblicare i dati finali – dopo il 20 febbraio – «distinguendo i voti delle assemblee dove c’è stato confronto tra le due mozioni e quelle in cui se n’è presentata solo una». E’ una «richiesta in positivo», spiegano, «per ragionare meglio sulle modalità con cui gestire, in futuro, congressi dove ci sono più documenti ». Ne va dello «stato di salute della Cgil».